Archivio del 7 Gennaio 2008

CHI HA PAURA DEL “PRIVILEGIO” DELLA SOLITUDINE?

Gen 7

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Vi propongo una riflessione sul privilegio più raro dei nostri tempi: la solitudine. Un privilegio che ho conosciuto e che, oggi , conosco meno. Vi inoltro queste righe, scritte qualche tempo fa, perchè da quando ho incontrato l’amore, riesco finalmente a riconscere al mio passato la nobiltà delle sue solitudini. Discutiamone insieme…

di Pierluigi Diaco per “Il Foglio”
Noto con una punta di dispiacere mista a vanto che la solitudine fa paura di più a chi la riconosce che a chi la vive. Vedo persone, amici, conoscenti sorprendersi a dismisura per i miei solitari pasti in casa, per i viaggi senza accompagnatore, per le lunghe giornate di sesso occasionale senza amore, per il frigorifero semivuoto che sa riempirsi solo di bottiglie d’acqua e pesche bianche. Mi accorgo, infastidito talvolta, dell’effetto singolare che si procura al prossimo, quando la tua vita non riesce a dare risposte di buon senso a domande di ordinaria quotidianità.
Ma per chi , come me, è cresciuto nelle viscere dell’emergenza affettiva, ci sono solo domande straordinarie a bisogni spesso miserevoli e viziosi. Quindi vane sono le carezze e gli abbracci degli altri quando sono accompagnati da una dose significativa e riconoscibile di pietà, di consolazione, di affetto per la condizione solitaria a cui il Signore mi ha condannato. Cerco a volte così , aiutato dal buon umore che invece quasi mai mi abbandona, di prendere per mano l’altro, di solito scelto tra gli amici, per portarlo nel mio territorio, fargli mangiare le mie stesse caramelle, aiutarlo a controllare il vento con il mio e il suo respiro, mescolare medicine e canzoni con maliziosa logicità o ancora prescrivergli la solita ricetta per sedare l’anima quando il cielo è pieno di stelle che non vogliono brillare. La reazione è quasi sempre deludente, poiché gli amici sposati, fidanzati o tecnicamente accoppiati, guardano oramai con prudenza ai capricci del cuore e ai grilli per la testa di chi al contrario di loro ha imparato a bastarsi da solo, accudito quando serve solo da signore sui quaranta che amano accoglierti in casa mentre il giradischi suona un vecchio 33 giri di Tom Jobim.
Ma così è: il mio dentista, del resto, mi confida cose alquanto buffe da quando si è sposato e dal giorno in cui ha deciso di occuparsi con pazienza dell’estrazione a tappe dei miei quattro denti del giudizio, ha cominciato pure a chiedermi consigli su come abdicare per tornare da protagonista a cacciare in prosa. Con mezzo labbro gonfio dall’anestesia, lo invito così, neanche troppo per gioco, a venire
in bicicletta con me sotto il Tevere, là vicino al Gazometro, dove di prima mattina si incontrano ragazze del popolo malnutrite ma con un seno gonfio, enorme, generoso: insomma ragazze che hanno scelto di seguire il destino indiscutibile del loro seno.
Il dentista ascolta divertito, ma credo che la sola e scontata scelta che farà sarà quella di recarsi sulla solita via Salaria per prenderlo di fretta da un travestito di nome Elga.
In effetti beati i miei amici, e santo subito il mio dentista, tutti entrambi fanatici e transigenti, che si credono ribelli solo perché non pagano il prezzo della solitudine, ma solo quello del piacere carnale. Scemo io che non getto mai i mozziconi dei miei sigari nelle pozzanghere, perché o penso ai quei poveri diavoli che li raccattano, o con la testa sono già dall’altra parte, lassù, in cielo, a lasciarmi morire in pace.


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