COCA CONNECTION/INCHIESTA DI ANDREA AMATO PER “MAX”
Coca connection
di Andrea Amato / foto di Alberto Giuliani
DALLA GIUNGLA COLOMBIANA ALLA CALABRIA:
IL VIAGGIO DI MAX SULLE NUOVE ROTTE DELLA DROGA
seconda puntata
Foresta del Putumayo, sud della Colombia al confine con Ecuador e Perù, ore 5 del mattino: il tenente Lozano della squadra Antinarcoticos colombiana guarda in faccia i suoi uomini per l’ultima volta. Hanno il viso pitturato per mimetizzarsi, ma sotto il camouflage si vedono occhi stravolti dalla fame, dalla sete e dal sonno. Da sette giorni vivono all’aperto per controllare una raffineria di cocaina gestita dai guerriglieri delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie colombiane. Vivendo come animali della foresta li hanno osservati per una settimana, fotografati, ormai li conoscono meglio delle loro mogli, sanno a memoria tutte le loro abitudini. E sono pronti all’attacco per arrestarli. Lozano sa che i suoi uomini sono arrivati al limite umano, ma chiede loro l’ultimo sforzo, il più duro e pericoloso. I militari armano i fucili, si tolgono gli zaini e indossano i visori notturni. Alcuni si fanno il segno della croce, tutti sanno che potrebbero morire. Tra mezz’ora si scatenerà l’inferno. Il fotografo Alberto Giuliani e io pensiamo di essere finiti dentro un film di Oliver Stone, o nel livello finale di Call of Duty, ma questo non è un gioco della Playstation, questa è la guerra al narcotraffico.
Prima e dopo Escobar
In Colombia si parla di un “prima” e di un “dopo” Escobar, come se fosse Gesù Cristo. E in molti ancora credono che lo fosse. Pablo Emilio Escobar Gaviria, nato il primo dicembre 1949 e morto il 2 dicembre 1993, ha controllato il traffico di cocaina per due decenni, arrivando a guadagnare 25 miliardi di dollari all’anno. Secondo la Bibbia della finanza Forbes, al massimo del suo splendore Escobar era il settimo uomo più ricco del mondo. Ma nel 1993 è stato ucciso e con lui è finito anche il potente cartello di Medellìn. Da quel giorno il controllo della cocaina è passato in mano a chi realmente domina il territorio colombiano: le Farc a sud e le Auc (Autodefensas Unidas de Colombia) a nord. I guerriglieri di sinistra e i paramilitari di destra, nascondendosi dietro le bandiere dell’ideologia, hanno capito che la torta della coca è davvero grossa e così sono diventati narcos. E l’acquirente migliore a cui vendere la polvere bianca, negli anni, è diventata la ’ndrangheta calabrese. Silenziosa, affidabile e potentissima. Ma come la coca colombiana arriva in Italia, lo leggerete sul prossimo numero, di Max naturalmente.
Gli americani
Due agenti in borghese controllano i detonatori delle bombe posizionate lungo il perimetro della raffineria, al momento dell’attacco serviranno per disorientare i guerriglieri. Il capitano Rios mi spiega che questi due agenti sono militari statunitensi in appoggio alle forze colombiane, arrivati qui in base agli accordi del Plan Colombia, firmato nel 1999 dagli americani che si sono impegnati a fornire mezzi, uomini e tre miliardi di dollari per la guerra al narcotraffico. I due agenti sembrano di origine ispanica e me lo conferma anche Rios: «Ce li mandano messicani, portoricani, salavadoreni… per confonderli meglio con la popolazione locale. Se li immagina due agenti californiani alti, biondi e con gli occhi azzurri, in mezzo alla foresta?». Tra meno di 10 minuti attaccheranno una raffineria collocata in mezzo alla foresta, vicino a un fiume. E noi con loro, in gergo “embedded”, ovvero giornalisti aggregati ai militari. Il laboratorio, una capanna di legno, raffina la pasta base in cloridrato di coca, la famosa cocaina colombiana pura al 98 per cento. Dentro quella capanna ci dovrebbero essere circa due tonnellate di coca. Per capire di che cosa stiamo parlando: un chilo di coca pura a Miami viene venduta a 25 mila dollari. In Europa arriva a 40 mila euro, ma poi sul mercato viene tagliata quasi della metà e quindi il prezzo raddoppia. Negli ultimi anni, da quando la ‘ndrangheta ha deciso che la cocaina non doveva più essere una droga elitaria, ma una sballo di massa, un grammo di cocaina al 60 per cento (venduta per strada) costa circa 80 euro.
Dalla foglia alla bustina
Per un campesino colombiano è molto più conveniente coltivare piante di coca, piuttosto che banane. Per due motivi: il primo è che un ettaro di banane frutta due milioni di pesos, mentre un ettaro di piante di coca circa sei. E poi è più facile coltivare la coca, cresce da sola senza bisogno di fertilizzanti e antiparassitari. Cresce circa 5/6 volte all’anno e sulle piante di coca non ci sono tasse da pagare e nemmeno il trasporto, perché a quello ci pensano i narcos. Il secondo motivo per cui è più conveniente coltivare piante di coca, invece, è che se il campesino si rifiuta, i guerriglieri lo uccidono o rapiscono qualcuno della sua famiglia. Se invece il governo trova più di 30 piante nel campo, espropria le terre al campesino. È evidente che il rischio è minore. Una volta cresciute le piante, il campesino strappa a mano le foglie e le mette in una capanna, butta kerosene e le lascia al buio a macerare per due giorni. Passate 48 ore, l’impasto viene messo in tank da 50 galloni (circa 150 litri) con carbonato di calcio e kerosene per altri due giorni, affinché l’impasto rilasci gli alcaloidi. Dopodiché si stappa il tank e si recupera la base liquida che viene distillata a sua volta con ammoniaca, acido solforico, bicarbonato di sodio e potassio. Una volta seccato quest’ultimo impasto, con forni a microonde, si ottiene la pasta base di coca, che un campesino vende ai narcos per 1.500 dollari al chilo. Questo primo passaggio è molto semplice e grezzo, non ha bisogno di particolari conoscenze chimiche, mentre la lavorazione da pasta di coca a cloridrato di coca (C17H21NO4), la cocaina, richiede una competenza tecnica sofisticata e così l’ultima raffinazione è gestita direttamente dai narcos, che hanno molti più mezzi. Gli ingredienti fondamentali per ottenere la cocaina sono permanganato di potassio, acido solforico e acido cloridrico. E poi tanta acqua, per raffreddare la temperatura, ed è per questo che le raffinerie sono vicine ai fiumi. Una volta seccata a bagnomaria e cristallizzata con l’acido cloridrico, la cocaina viene pressata e asciugata nei forni a microonde, marcata con il logotipo della raffineria (una sorta di denominazione di origine controllata, per eventuali reclami dell’acquirente) e poi imballata con quattro strati impermeabili.
l’attacco
Gli agenti dell’Antinarticos tolgono la sicura ai fucili automatici Beretta Ar70/90, un primo cerchio di uomini coglierà di sorpresa i guerriglieri, mentre un cerchio più esterno aspetterà gli eventuali fuggitivi. La raffineria è composta da circa 25 uomini, è di grandezza media. La capanna dove si raffina la coca è chiamata rancho, poco distante c’è un’altra capanna con le amache dove dormono i guerriglieri. Poi c’è una terza capanna, dove viene stoccata la coca, vicino al ricovero attrezzi e al deposito dei solventi chimici. Tenuti distanti per sicurezza. Ci sono laboratori in mezzo alla foresta che arrivano a 12 capanne, hanno 50 uomini al lavoro e producono 10 tonnellate di coca alla settimana. Raffinerie di questa grandezza usano generatori di elettricità che potrebbero illuminare un centro abitato di 25 mila persone. Costruire un laboratorio in mezzo alla foresta può costare fino a 10 milioni di dollari. Scovarle è molto difficile: ci si riesce solo grazie a pentiti o a soffiate. Lozano e Rios danno il via all’attacco. Man mano che ci avviciniamo l’odore dei solventi diventa sempre più forte e insopportabile. Le bombe lungo il perimetro esplodono, i guerriglieri scendono dalle amache, ma hanno già addosso gli agenti. Per sette-minuti-sette esplodono bombe, partono raffiche, bengala e granate. In sette minuti vengono svuotati 60 caricatori. In sette minuti muoiono due guerriglieri e un agente dell’antinarcoticos (un successo, ci diranno al comando di Bogotà). In sette minuti il fotografo e io riusciamo a riportare a casa la pelle… sono stati i sette lunghi della nostra vita.






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