COCA CONNECTION/TERZA PUNTATA DELL’INCHIESTA DI ANDREA AMATO PER “MAX”
di Andrea Amato / foto di Alberto Giuliani
DALLA GIUNGLA COLOMBIANA ALLA CALABRIA:
IL VIAGGIO DI MAX SULLE NUOVE ROTTE DELLA DROGA
terza puntata
«Se volete portarmi via da qui, dovete uccidermi. Ma prima di morire sono pronto a sparare». Salvatore aveva la pistola ben salda in mano e lo sguardo fisso sui tre guerriglieri delle Farc, a cui invece tremavano le armi. In quel giorno del 1992, Salvatore capì una cosa fondamentale: che anche il nemico ha paura. Salvatore Mancuso Gomez è il capo-fondatore delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), un esercito di 18 mila paramilitari di destra, nato a metà degli anni Novanta in risposta alla crescente violenza delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). Il padre di Salvatore Mancuso, originario di Sapri in provincia di Salerno, sbarcò in Colombia in cerca di fortuna nel settembre del 1956, stabilendosi a Monterìa, nel distretto di Cordoba, a Nord del Paese. Si sposò con Gladys Gomez ed ebbe sei figli. Salvatore, il secondo, è nato nel 1964. Accolto dalla nutrita comunità di italiani già emigrati a Monterìa (le famiglie Ferrari, Vicari, Bianchi e Maroso), Mancuso senior ha costruito nel tempo un piccolo impero: da elettrauto a importante concessionario d’auto. Salvatore, invece, dopo la laurea in Agronomia e un master all’università di Pittsburgh in Pennsylvania, e dopo essere stato campione nazionale di motocross nel 1982, mette su famiglia e diventa un allevatore. Fino a quando, per difendersi dalle Farc, decide di impugnare le armi. L’escalation è fulminante: nel 1995 invia al ministro della Difesa Fernando Botero una lettera in cui chiede più sicurezza nella zona di Monterìa, ormai in balia dei guerriglieri che taglieggiano, rapiscono e uccidono. Questo è il suo ultimo atto da cittadino civile. Poco dopo, infatti, fonderà le ACCU (Autodefensas Campesina de Cordoba e Urabà) e nel 1997 le famigerate AUC. Il suo primo mandato d’arresto arriva nel 1996.
Comandante supremo
L’incontro fondamentale nella vita di Salvatore Mancuso è con i fratelli Castano, Fidel e Carlos, figli di una vittima delle Farc. I Castano, amici di Escobar negli anni Ottanta, a inizio Novanta creano un’alleanza (con l’esercito colombiano, il cartello di Cali, la Cia e la Dea) chiamata Pepes, ovvero Pueblo Enemigo de Pablo Escobar, per eliminare proprio Don Pablo. Obiettivo raggiunto nel 1994. Da quel momento, i Castano stringono rapporti preferenziali con lo Stato colombiano, che per 10 anni agevolerà l’ascesa e l’operato delle Autodefensas. Nelle Auc ci sono soprattutto figli dell’alta borghesia colombiana, colti e ricchi, che trasformano la loro rabbia in ideologia. Fidel verrà ucciso in combattimento nel 1994, mentre Carlos rinuncerà al comando nel 2002 dopo un attentato, scomparendo dalla circolazione un anno dopo. Alcuni credono sia stato ucciso, molto più probabilmente si è consegnato agli Stati Uniti, entrando in un progetto di protezione testimoni. Dal 2002, quindi, Salvatore Mancuso assume il comando supremo delle Auc. La storia di Mancuso sembra quella di un Robin Hood moderno, ma non è così. Ha collezionato 23 ordini d’arresto, due richieste d’estradizione (Usa e Italia), più di 10 mila morti sulla coscienza e circa 30 mila tonnellate di cocaina trafficata. Dopo la fine del cartello di Medellin di Escobar e successivamente di quello di Cali, il traffico di cocaina finisce in mano a chi davvero controlla il territorio, ovvero Le Farc e le Auc. Usato inizialmente per comprare armi e sostenere economicamente gli eserciti, con gli anni il narcotraffico diventa la priorità delle due fazioni armate, che mettono in secondo piano l’ideologia e si concentrano sulla coca. E l’acquirente privilegiato, il più affidabile, è la ‘ndrangheta calabrese: «Tra i due soggetti c’è un rapporto di fiducia che dura da anni. Questo permette ai calabresi di spuntare prezzi e consegne ottimali. Può anche capitare che i narcos garantiscano spedizioni sulla parola ai calabresi, tanto è il livello di penetrazione», dice il giudice Mario Spagnuolo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.
Tra Monterìa e San Luca
Ma Salvator Mancuso dove trova i collegamenti con la ‘ndrangheta? A casa.
Monterìa è una piccola città a nord della Colombia, sulle rive del fiume Sinù. Con soli 350 mila abitanti, ma con una media di 70 omicidi al mese. In questa piccola e povera città, però, cinque ristoranti su 10 sono italiani. La comunità italiana vive (silenziosamente) nei quartieri più ricchi, a la Castilla e Nueva, e ha mantenuto le proprie tradizioni e i contatti con l’Italia. Secondo l’operazione Decollo, condotta dal giudice Salvatore Curcio della Dda di Catanzaro, a Monterìa viveva Santo Scipione, nato a San Luca e punto di collegamento in Colombia delle famiglie ‘ndranghetane joniche, reggine e vibonesi. Sempre a Monterìa, Mancuso stringe un sodalizio con il faccendiere romano Giorgio Sale, proprietario dei magazzini di abbigliamento Made in Italy e dei ristoranti L’Enoteca. Legato alla famiglia Pannunzi, Sale diventa l’anello di congiunzione tra Mancuso e l’Italia. Sale e il figlio Christian riciclano i soldi di Mancuso in attività lecite (centri commerciali, villaggi turistici, edilizia civile), e gestiscono estero su estero un piccolo traffico autonomo di cocaina. Secondo le 10 mila pagine dell’operazione Galloway-Tiburon, condotta dal giudice Nicola Gratteri della Dda di Reggio Calabria, Mancuso “ha agito quale promotore, organizzatore, costitutore e finanziatore dell’associazione in quanto, come capo supremo dell’organizzazione paramilitare Auc, nel territorio dalla stessa controllato, ha diretto e promosso le attività di produzione e vendita della cocaina, traendone enormi ricavi utilizzati per finanziare l’organizzazione terroristica”. Sempre dall’inchiesta emerge che Giorgio Sale “ha partecipato all’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio quale promotore, organizzatore e direttore, mantenendo i contatti con Mancuso, anche attraverso il suo uomo di fiducia e responsabile finanziario (Alfredo Salazar Castaneda), per conto del quale ha riciclato ingenti somme attraverso le società a lui riconducibili, sia in Italia, sia all’estero”. Sale, quindi, aveva il compito di riciclare i soldi di Mancuso, mentre il figlio Christian, fidanzato con la cugina del narco-paramilitare, gestiva un traffico autonomo di cocaina. Secondo l’operazione Jumbo della Procura di Milano, poi, Christian Sale, grazie all’intermediazione di un ex appartenente alla Banda della Magliana, era in contatto con Domenico Trimboli, affiliato alle famiglie di Platì (Reggio Calabria). Sulla quantità spaventosa di denaro da riciclare per Mancuso, Sale viene intercettato dalla Dda di Catanzaro mentre parla al telefono con l’altro figlio David: Giorgio: «A me una volta questi mi hanno portato 400 milioni dentro una cassa, una cassa così… in due la portavano… 400 milioni di pesos che è? 700.000 dollari. Ce li siamo dovuti mettere addosso in quattro. Poi lo sai, no? Ma che te lo devo dire… 150.000 dollari sono 15 pacchi, 10 pacchetti… cioè questa è pazzia, hai capito? Poi dico sai, uno fosse che non l’ha fatto… l’abbiamo fatto… abbiamo pagato pure a caro prezzo… dico… ancora vai a fare queste pazzie! Allora sei matto, sei matto proprio. Hai capito?». David: «Ma se questo compra (riferito a Mancuso) dove farebbe, dove pagherebbe… o pagare in Svizzera, Lussemburgo…». Giorgio: «Dove paga, paga. Pure se me li dà là, qualcosa ci inventiamo. Ce li facciamo portare, a prenderli… 300, 400, 500 a volta in Spagna, Olanda, dove cazzo sia. Che ci frega? Qual è il problema? Prendiamo casa là, mi prendo la cittadinanza spagnola, qual è il problema? Prendiamo un appartamento in Spagna e ci fermiamo là. Qual è il
problema? Faccio venire a prenderli io dalla Svizzera, prendono il 2 per cento, vengono loro garantiti dalle banche. Certo non gli puoi dare otto milioni tutti insieme… un milione per volta se lo portano in Svizzera». Nell’inchiesta Galloway-Tiburon compare anche Massimo Cragnotti, figlio di Sergio ex presidente della Lazio: “Cragnotti ha partecipato all’associazione dei Sale, investendo capitali nel sodalizio con la consapevolezza del fine criminoso”.
Tra mito e leggenda
Intanto Mancuso a Monterìa è diventato una leggenda, per le strade chiunque ha un aneddoto su di lui. Come quello che narra di bidoni pieni di dollari sigillati e sotterrati con un rilevatore Gps in mezzo alla foresta. Oppure di quando durante i Mondiali del 2006 andava a tifare gli azzurri al ristorante Piccola Italia, dallo stesso cuoco che per anni ha cucinato nel suo nascondiglio per lui e il suo quartier generale. Di solito i militari finivano per giocare al tiro al piattello con le bottiglie di Brunello. Anche noi abbiamo provato ad avvicinarci alla villa di Mancuso, in cui vive la moglie Martha con i figli Gianluigi, Jean Paul e Gianluca, ma dopo aver scattato una foto siamo stati fermati da otto agenti della polizia locale che ci hanno arrestato: «Perché state dando fastidio al signor Mancuso?», ci hanno chiesto. Dopo ore di cella di sicurezza, grazie all’intervento dell’Ambasciata italiana siamo stati liberati. In seguito ci hanno raccontato che il rapporto tra Mancuso e la Polizia di Monterìa è molto stretto. Al punto che gli elicotteri delle forze dell’ordine li ha pagati il narco-paramilitare e quando ne ha bisogno li prende in prestito e li ridipinge. Oggi Mancuso è in un carcere-hotel costruito apposta per lui, in base alla legge di “Pace e Giustizia”, voluta dal Presidente Uribe in cui si chiede il disarmo delle Auc in cambio di sconti di pena. Mancuso vuole evitare l’estradizione e per questo mantiene sotto ricatto un terzo del Congresso, che ha avuto rapporti con lui negli anni. Il suo sogno è vivere in Italia (sfruttando anche il regolare passaporto italiano) e gestire le fortune che ha accumulato in questi 10 anni. Ma se il capo-dei-capi si è ritirato, chi controllerà l’altra metà della Colombia? Secondo Piero Grasso, Procuratore nazionale antimafia, «si può ipotizzare che le decine di migliaia di paramilitari a spasso ora si offrano come mercenari al migliore offerente e quindi al cartello più ricco e più forte». Come a dire: nuovo Escobar cercasi.
Tags: Andrea Amato, Calabria, Coca, Colombia, Diaco, Max, Narcotraffico2 commenti a “COCA CONNECTION/TERZA PUNTATA DELL’INCHIESTA DI ANDREA AMATO PER “MAX””
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complimenti
|Lasciato il 15 Aprile 2008 alle 01:19|[...] Legame stretto tra la Pennsylvania e la Calabria. Ci ha studiato anche il leader delle AUC Colombiane Salvatore Mancuso. [...]
|Lasciato il 2 Luglio 2008 alle 22:07|