di Francesco Stocchi per “DiacoBlog”
QUANTO PIACCIONO LE POLEMICS (SOPRATUTTO SE INUTILI)
Inaugurata venerdi scorso la mostra Italics, Arte italiana tra tradizione e rivoluzione 1968 - 2008 a cura di Francesco Bonami. Le polemiche non sono ovviamente mancate. Kounellis si, Kounellis no. Zorian Music si, ma non c’è. Vedova no ma c’è al suo (rarissimo) meglio e De Chirico con il peggio del suo peggior periodo. Palladino per carità, Getulio Alviani chi è costui, e Fernando Melani più comunista o più artista comune? E chi si era dimenticato di Annigoni? Guttuso si rivela più un tradizionalista che un rivoluzionario e dov’è finito il leccato Plessi, profeta in patria? E il grande Mattiacci dov’è? E Nunzio? etc.etc.
Tanti interrogativi come è giusto che susciti una mostra che ripercorre gli ultimi 40 anni di arte italiana, da usare non come ricostruzione storica ma per contestualizzare l’operato dei nostri giovani artisti, per poi capirli e promuoverli come si deve. Ma molto prima di aprire Italics è già al centro di discussioni, criticata e definita come tendenziosa, revisionista, dal taglio antologico fazioso, incompleta, offensiva….. Tutte parole al vento, polemicucce che lasciano il tempo che trovano perché poco utili per instaurare un dibattito costruttivo. L’unica domanda da porci è se deve proprio essere una fondazione privata (per di più francese) e un museo statunitense -l’Art Institute di Chicago che ospiterà la mostra nel 2009- a produrre e promuovere una mappatura dell’arte italiana (quasi 250 opere di oltre 100 artisti degli ultimi 40 anni). Lo sguardo di Italics comincia là dove si fermava l’ultima antologica sull’arte italiana (Metamosphosis dal 1943 al 1968 di Germano Celant nel 1995). Anche in quel caso la mostra fu promossa da un istituzione privata (il Guggenheim di New York) e lo stato italiano a guardare.
Ministro Bondi le cose non cambiano. A quando una netta, trasparente separazione fra carriera politica e gestione museale?