COMPORRE UNA MORTE

apr 21

Si può “comporre una morte” così come si compone una sinfonia, una poesia, una strofa, una canzone? Me lo chiedo ossessivamente, con una prepotenza che non lascia buoni respiri, da quando ho appreso che Roberta ha voluto intitolare “Comporre una morte” il memoriale spedito per posta a quattro amici poco prima di togliersi la vita. E’ noto che le dolcezze e le diavolerie dell’essere umano sono tali da consentirci, quando e come vogliamo, di provare a comporre perfino l’infinito, l’ignoto, l’impossibile. Ma è altrettanto evidente che nessuno di noi è in grado di comporre fini definitive, ma solo morte artificiale, geometrica, materiale. Roberta e tanti altri con lei hanno spesso pensato, con lucidità maestra e cuore gentile, di poter essere liberi di comporre la vita e la morte, la politica e l’amore, il futuro e la pace. E’ la cultura ideologica, quella che più di tutte sa di terra, che ci regala spesso questa fanatica illusione. Tant’è che Roberta, teatrale, fantasiosa e vitale perfino sull’uscio della porta del Padre, ambisce con il suo gesto a fotografare l’esaurimento di una modalità dell’esistenza, a fare della sua morte un atto politico, a condannare i suoi amici al ruolo di esecutori testamentari. L’epilogo di questa donna tosta e straordinariamente sensibile, non si risolve in una questione personale e intima con la morte, ma in uno strumentale uso dell’atto di morte per togliere fiato ai vivi.

di Pierluigi Diaco per “Il Foglio”

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