Archivio del 14 ottobre 2009

PACE FATTA TRA LA CALABRIA E VENDITTI. DIACO ASSISTE ALL’INCONTRO TRA IL SINDACO SCOPELLITI E IL CANTAUTORE

ott 14

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VENDITTI:SCOPPIA LA PACE TRA IL CANTAUTORE E LA CALABRIA INCONTRO A ROMA TRA VENDITTI E IL SINDACO DI REGGIO CALABRIA (ANSA) – ROMA, 14 OTT – Scoppia la pace fra Antonello Venditti e la Regione Calabria. Il cantautore, al centro di un terremoto mediatico negli ultimi giorni per un filmato di un suo concerto messo su you tube, in cui pronunciava frasi giudicate offensive sulla regione, oggi si e’ chiarito in un incontro a casa sua, a Roma, con il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti, e ha manifestato l’intenzione ”di fare tutto il possibile per partecipare al rilancio di una regione che amo molto”. Si comincera’ con un’intervista pubblica, che dovrebbe tenersi a Reggio Calabria fra qualche settimana, in cui Venditti, insieme al sindaco della citta’ e al giornalista Pierluigi Diaco, che ha fatto da ‘paciere’, vuole spiegare direttamente ai calabresi il senso delle sue frasi (si era chiesto ”perche’ Dio ha fatto la Calabria, dove non c’e’ niente. Io spero che si faccia il ponte, almeno la Calabria esistera”’). ”Venditti mi ha spiegato che quello che ha detto era una provocazione artistica, voleva essere un messaggio positivo, ma e’ stato mal comunicato e riportato – dice Giuseppe Scopelliti – ha anche ribadito che vuole essere parte della crescita e rinascita di una terra a cui e’ molto legato”. Conferma Venditti: ”Mi mettero’ a servizio della Calabria onesta pulita e sincera, come sono sono io”. Le frasi dette in quel concerto in Sicilia, di un anno e mezzo fa ‘’sono state totalmente travisate. Stavo introducendo ‘Stella’ una canzone che dedico sempre a Antonino, Rocco e Vito, la scorta di Falcone e, d’impeto, rispondendo a una signora ho parlato della Calabria, ma le mie erano parole che volevano essere di speranza sottolineavo che era necessario si facesse qualcosa per aiutare questa regione. Ognuno ha preso da quel discorso, per le motivazioni piu’ diverse, invece, solo quel che c’era di piu’ negativo”. Il cantautore e’ convinto che ”qualcuno che mi vuole male, abbia fatto uscire, adesso, scientificamente questo frammento di concerto. E’ una cosa che mi spinge a mettere in mettere in guardia dall’uso improprio che si puo’ fare di internet. L’indignazione se c’e’ e’ immediata, questa e’ venuta dopo un anno e mezzo. Una mattina mi sono ritrovato in mezzo a tutto questo senza sapere neanche perche’. Io poi non ho neanche un computer ma vedevo l’imbarazzo di chi doveva dirmi quello che il popolo calabrese pensava di me. E’ una situazione che ho vissuto male. Non posso accettare di essere giudicato razzista, dopo aver combattuto ogni forma di razzismo tutta la vita”. Ora, spiega Venditti ‘’studieremo insieme al sindaco di Reggio Calabria e al presidente della Regione il modo in cui posso rendermi utile per dare il mio contributo ad aiutare la Calabria. Sono a loro disposizione”. Diaco, che ha deciso di fare da paciere sia perche’ di origine calabrese che per la sua amicizia con Venditti aggiunge che ”l’incontro di oggi e’ la prova generale di quello che faremo a Reggio Calabria”.

I PROFESSIONISTI DELL’ANTIOMOFOBIA SONO UNA SCIAGURA PER I GAY

ott 14

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di Pierluigi Diaco su “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro

Capiamoci bene. Una volte per tutte. Gli omosessuali sono persone, cittadini, essere umani, individui, uomini e donne che, come tutti, rispondono alle leggi dello Stato. In una società libera e liberale, essere omosessuali non è un vanto, non è una patente d’identità, e nè un valore assoluto della personalità. I gusti sessuali e gli affetti personali, in una società moderna e democratica, non hanno bisogno di essere tutelati da leggi, leggine, regole o trattati internazionali. Essere gay non è una condanna a morte e nemmeno una disavventura che la vita ti impone: ognuno è libero di scegliere chi amare, chi corteggiare, chi possedere, con chi condividere un pezzo di vita. Quindi appare francamente patetico concentrarsi su un testo di legge che avrebbe come obiettivo quello di punire coloro i quali che , per ignoranza o per paura, ledono la sensibilità di persone che consumano pubblicamente effusioni con altri uomini. Fa sorridere solo il pensiero: una legge dello Stato che mette le mani su un innocente, grottesco e vigliacco pregiudizio culturale. Una legge dello stato per ribadire che l’Italia è un paese che ripudia l’omofobia. Ma stiamo scherzando? La nostra costituzione già parla da sola in materia e il nostro Presidente della Repubblica non si è mai sottratto a ricordare la faccenda pubblicamente: “La lotta contro ogni sopruso ai danni delle donne, contro la xenofobia, contro l’omofobia – ha osservato recentemente il Capo dello Stato- fa tutt’uno con la causa indivisibile del rifiuto dell’intolleranza e della violenza, in larga misura oggi alimentate dall’ignoranza, dalla perdita di valori ideali e morali, da un allontanamento spesso inconsapevole dai principi su cui la nostra Costituzione ha fondato la convivenza nazionale democratica”. Non c’è nient’altro da aggiungere o da fare. La nostra Costituzione è lì, alla portata di tutti, parla chiaro e non ci si può appellare ad Essa solo quando urge provocare il Cavaliere, o quando non si hanno altri validi e solidi argomenti per indebolire il peso politico di un Presidente del Consiglio un po’ troppo scafato. Nella nostra Costituzione c’è già la risposta a chi, meschino e povero di spirito, si permettere di giudicare e offendere un cittadino per motivi legati ad opinioni o identità diverse.  L’Italia è un paese normale dove moltissime coppie omosessuali vivono con sobrietà e serenità i loro affetti e i loro amori: la maggior parte di loro non scende in piazza, non si nasconde dietro a fanatismi di categoria, non è iscritta all’Arcigay o ad altre associazioni di genere, non desidera sposarsi e nemmeno provare a sentirsi uguale ad un coppia eterosessuale. La maggioranza dei gay italiani non desidera una legge ad hoc e nemmeno una rappresentanza ideologica e carnevalesca della propria identità sessuale: quello che è urgente, per molti, è un intervento chiaro, chirurgico e sostanziale all’interno del codice civile che punti a garantire alle coppie di fatto (omosessuali o no) nuovi diritti e nuovi doveri di fronte alla legge, così come accade per qualsiasi altra coppia che decide di vivere insieme e di condividere un percorso comune. Altro che Pacs, Dico, Di Do Re, e simili. Come ho già scritto su “Libero” subito dopo i recenti, numerosi e discutibili fatti di cronaca degli ultimi mesi ai danni di gay e lesbiche, il rischio è che il fenomeno alimenti un esercizio pericolosissimo che ho ribattezzato “Professionismo dell’Antiomofobia”. Si, lo voglio ripetere ancora, PROFESSONISMO DELL’ANTIOMOFOBIA. Quella patologia, simile al professionismo dell’Antimafia, che non ha mai portato da nessuna parte, che ha fatto collezionare sonore sconfitte al movimento LGBT e che, sono pronto a scommettere, non servirà affatto ad approvare nessun sacrosanto intervento sul codice giuridico, ma solo a candidare qualche “gay-maniaco” in Parlamento o alla Regione. Peccato, perchè il compito di donne per bene e serie come Paola
Concia sarebbe quello di lavorare a questo nobile e indiscutibile obiettivo: un intervento sul codice civile sostenuto da una larga maggioranza in Parlamento, compresa l’Udc. Un obiettivo da realizzare, però, sottoscrivendo un impegno: quello di sottrarsi non solo da sterili polemiche con il mondo cattolico e con il Vaticano, ma soprattutto da quel militarismo delle associazioni omosex  che da anni uccide ogni discussione con la pretesa, patetica, di leggi ad hoc. L’Italia non è una Gay-Crazia, ma una democrazia.


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