Archivio del 18 ottobre 2009

“LA CITTA’ INVISIBILE” DI TADDOI/DIACOBLOG SUL SET

ott 18
  • diosalvilaquila

di Pierluigi Diaco su “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro

Che ci fanno a tarda notte in un umido e fangoso campeggio di Acilia, alla periferia di Roma, Giorgia Meloni, il ministro più rock’n roll di questo governo, e il giovane regista ventisettenne Giuseppe Tandoi? La faccenda è abbastanza curiosa: il Ministro, alla guida della sua mini-minor, carica in macchina il sottoscritto e sfreccia, con maestria leggendaria, in mezzo al traffico della città, direzione Acilia. E’ abbastanza inutile chiedere alla Meloni che cosa saremo “condannati” a digerire durante la serata, perchè il Ministro è impegnato ad ascoltare il disco di una cantautrice che ha comprato in una bancarella di New York qualche mese fa e mi prega di prestare l’attenzione dovuta. E poi dicono che i politici non hanno una vita altrove…la Meloni non fa la giovane, lo è, e come tutti ascolta musica, legge libri, va al cinema, conosce il teatro, si dimena in laboratori d’arte per trovare quadri ed opere da acquistare: insomma guida il dicastero della Gioventù con cognizione di causa. Arrivati al campeggio, la cosa si fa più divertente del previsto: scopro che il regista Tandoi ha invitato la Meloni sul set per convincerla a patrocinare il suo film, “La città invisibile”, dedicato alla ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto di qualche mese fa.  Qui, in mezzo ad una palude di fastidiosissime zanzare, Tandoi, diplomato all’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, ha «trasferito » le tende della Protezione civile. Le stesse smontate di recente dai campi abruzzesi, dove ha vissuto lui stesso in questi ultimi mesi dando corsi di cinema. Da qui è nata l’idea del film, racconta il regista, barese di nascita ma aquilano d’adozione. “Ognuno di noi ha perso parenti e amici. Per questo, senza far finta che non sia successo niente, ho voluto raccontare la voglia di ricominciare, scegliendo la strada
della commedia”. E soprattutto una storia di ragazzi. Giovani universitari, come i tanti che vivono a l’Aquila e che hanno perso i loro compagni nel «crollo annunciato» della Casa dello studente. Sono quattro i protagonisti, due quelli intorno a cui ruota la storia:  Luca e Lucilla, studenti di medicina dagli opposti caratteri: «Lui – spiega il regista – è un super fuoricorso che fa il cantante in una rockband. Lei canta nel coro della parrocchia ed ha lo spirito della crocerossina». Il Ministro Meloni ascolta, parla con gli attori, discute di politica con il produttore esecutivo del film, e ad un certo punto guadagna la posizione delle quinte per assistere al primo ciak della serata. Gli attrezzisti, i cameraman e il direttore della fotografia scrutano, imbarazzati, questa giovane coetanea diventata Ministro che di notte, invece di riposare o fare altro, dedica loro due ore del suo tempo per verificare la buona fede e la buona riuscita di questa docu-fiction decisamente insolita. Come insolito, sorprendentemente, è  il metodo utilizzato dal regista per racimolare il denaro necessario per mettere su l’operazione: niente finanziamenti pubblici, “ho chiesto ai miei genitori di liquidarmi la parte dell’eredità che in futuro sarebbe andata nelle mie tasche e, grazie alla loro generosità, ho investito questa somma nel progetto. Quando vuoi fare una cosa e ci credi non puoi certo delegare la responsabilità allo Stato e aspettarmi che piovano dal cielo i fondi pubblici. Ho deciso di metterci i quattrini da solo, ma ora mi auguro che la grande distribuzione si accorga del mio progetto”. La Meloni apprezza la buona fede e l’entusiasmo di questo giovanissimo e scafato
gruppo di lavoro e promette: “Vi darò una mano, questa è una delle tante storie della “Meglio Gioventù” italiana. Gli fa eco Alan Capelli, protagonista del film, e uno dei più apprezzati e talentuosi giovani attori in circolazione:” Ho deciso di essere nel cast perchè credo che quello che è stato fatto all’Aquila da questo governo rappresenti un aspetto più che positivo del nostro paese.
Anche io sono per la politica del fare e stavolta ci voglio mettere la faccia”. Come dire, forse ha ragione Brunetta: in circolazione,c’è anche un cinema che non ama lamentarsi e alle grazie dello Stato preferisce la forza dello Stato d’animo.


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