GIOCARE CON LA MORTE

mar 23
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  • di Pierluigi Diaco su “Libero”
  • Il reality, come è noto, ambisce a raccontare la vita, le fragilità, i sentimenti e le passioni dei suoi concorrenti. Il format, malgrado una nutrita schiera di detrattori, resiste nei palinsesti televisivi e spesso ci regala personaggi incredibilmente spettacolari, simpaticamente fanatici, tremendamente autoreferenziali, sorprendentemente intriganti. Il reality si nutre della vitalità dei suoi partecipanti: è la loro vita, passata e presente, a tentare i riflettori, a corteggiare le telecamere, a sedurre il pubblico da casa. Stavolta, però, in Francia si sta osando l’impossibile, si sta sperimentando qualcosa di maledettamente interessante. “Stiamo per assistere a qualcosa di estremamente duro. Non si tratta solo di televisione e divertimento”. Inizia così il documentario shock ‘Il gioco della morte’, del regista Christopher Nick, dove i concorrenti di un (finto) reality show infliggono torture agli altri giocatori. In onda mercoledì prossimo sull’emittente pubblica France 2, il film sta sollevando diverse polemiche in Francia e ha aperto il dibattito sui limiti, le forzature e le disinvolture del piccolo schermo. Lo scorso aprile 80 persone sono state selezionate per partecipare ad un nuovo reality, “Zona Estrema”: ogni concorrente in studio è in squadra con un altro giocatore, che si trova invece isolato in una sala. A quest’ultimo viene chiesto di memorizzare alcune associazioni di parole, sulle quali gli vengono poi poste delle domande. Se sbaglia, il concorrente in studio lo deve punire, procurandogli scariche elettriche fino ad oltre 400 volt. In realtà è tutta una messa in scena. Le scariche elettriche sono finte. Il giocatore che strilla dal dolore è un attore e così anche il pubblico e la presentatrice (Tania Young), che per tutto il tempo incitano i concorrenti alla tortura. Gli 80 partecipanti ignari si ritrovano così protagonisti involontari di un esperimento shock: solo tre di loro rifiutano di infliggere la pena, gli altri obbediscono senza remore. Il film si ispira ad un celebre esperimento realizzato nel 1963 dal ricercatore americano Stanley Milgram che, studiando i meccanismi dell’obbedienza, voleva comprendere i segreti dell’adesione dei tedeschi al nazismo. Ma intanto è scoppiato un vero e proprio caso in Francia. Il settimanale Telerama si interroga in copertina: “La tv ha il diritto di uccidere?”. Il mensile Philosophie magazine si chiede a sua volta: “La televisione ci rende cattivi?”. Il celebre filosofo Dominque Wolton si mostra molto critico nei confronti del documentario che, secondo lui, “riprende tutti gli stereotipi negativi sulla televisione”. Quanto ai “pericoli del reality show – continua lo studioso – bisogna relativizzarli: tutti hanno capito i limiti assoluti di queste trasmissioni”. Per il regista del documentario, che ha inserito nel suo film interventi di esperti e studiosi del comportamento umano, si tratta invece di capire come mai persone “normali” possano obbedire a “ordini tanto disumani e assurdi”, una volta prese dai meccanismi del gioco. Così ha risposto un ex concorrente, una volta scoperto di esser servito da “cavia”: “Mi era stato detto che dovevo comportarmi in un certo modo ed io l’ho fatto. Immaginavo che l’altro stesse soffrendo, ma – ha concluso – alla fine non era un problema mio”. La domanda perciò che si pongono i francesi è: fino a dove si può spingere un programma televisivo?. Non siamo più nel campo della tv buona o cattiva maestra- scrive Tv Blog- ma la domanda da porsi è se esiste e debba esistere ancora un confine tra ciò che è realtà e ciò che è fiction, mimesi, artificio, scimmiottamento della realtà applicato all’entertainment. Ma se lasciamo ai moralizzatori il compito di condannare esperimenti di questo genere, siamo liberi di dire che “Il gioco della morte” è quanto di più televisivo si possa realizzare: il dolore verrà “esorcizzato” e la morte diventerà una sfida tutta terrena. Per una volta l’emotività degli spettatori sarà umiliata dalla televisione e il piccolo schermo dimostrerà che, a differenza degli esseri umani, sa “comporre” una morte senza suicidarsi. Finalmente verificheremo che il lusso di oggi si chiama “successo” e che per raggiungerlo in molti sarebbero disposti a mettere in gioco la propria vita e quella degli altri. Appureremo definitivamente che per fare la televisione non si deve inevitabilmente avere confidenza con Dio, ma è obbligatorio invece sostituirsi a lui per sentirsi divini. O meglio, divi.
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