
Da oggi nelle librerie, il volume con la prefazione di Maurizio Costanzo
Trent’anni senza (il ‘68) di Pierluigi Diaco
Un analisi della situazione odierna dei trentenni
Tra il suo affollatissimo blog e la rubrica sui trentenni nel corso di “Onorevole dj” su Rtl 102.5 Hit Radio, Pierluigi Diaco riceve una mail che lo ispira e lo fa uscire oggi in tutte le librerie con il suo ultimo lavoro: “Trent’anni senza (il ‘68)”, edito da Aliberti, con la prestigiosa prefazione scritta appositamente da Maurizio Costanzo.
La dichiarazione scritta nella mail ricevuta è sicuramente provocante: “Mi dimetto da italiano, da quest’Italia senza idee per il futuro, da quest’Italia dove i politicanti sono attaccati alla poltrona, da quest’Italia ipertassata dove non c’è spazio per programmi (e slogan) originali ma solo per scopiazzature, per nostalgie e reminiscenze di un glorioso passato”. Pierluigi Diaco, in punta di penna, graffiante e acuto, analizza con le regole stilistiche del pamphlet politico la situazione dei trentenni oggi, di quelli che sono nati e cresciuti senza aver nemmeno respirato l’odore del Sessantotto, e sono sopravvissuti.
Quei trentenni distaccati dalla politica perché non pensano che sia una strada percorribile e che, anche se volessero provarci, troverebbero uno scenario sostanzialmente ingessato dal 1946, solo con l’assenza di scuole di formazione. Quei trentenni che non ne possono più del lavoro precario, dei co.co.co e pro e della totale assenza di speranze per un futuro migliore, e quindi, a un certo punto, invece di buttare tutto alle ortiche, si inventano professioni nuove e provano a costruirsi una loro strada nel mondo. Quei trentenni che si complessano poco per i rapporti uomo/donna e che hanno già capito, come dice Dino Risi, che “le emozioni, nella vita, servono per altre cose”. Quei trentenni che, però, e in grossa parte, continuano a stare in sala d’attesa (e a casa di mamma e papà), e a pensare che il potere tanto non toccherà mai a loro, che tanto non varrà la pena buttarsi.
Diaco, uno di loro, chiede questo alla sua generazione: “Farsi avanti, di rischiare, di mettersi in gioco, di fare quello che l’attuale classe dirigente fa troppo raramente, spesso senza rendersene nemmeno conto. L’esperienza dei più anziani è un bagaglio prezioso e imprescindibile, ma solo a patto che serva a coadiuvare il lavoro dei giovani, senza sostituirsi a esso. Si tratta di ricambio, non di sopruso o furto di ruolo”. E, alla generazione precedente, di lasciare spazio, per evitare che il raggiungimento di obiettivi passi attraverso un semplice processo di cooptazione, e si configuri invece come un reale inserimento di persone valide, capaci, in grado di dare nuova linfa vitale e creativa alle istituzioni.
“Perché la mia generazione non è una minaccia al feudalesimo, ma una risorsa per il Paese, non solamente perché ‘giovane’, ma perché in grado, molto più di quanti occupino oggi i ruoli di potere, di assecondare il cambiamento”
Diaco, Pierluigi, Trent’anni senza (il ‘68), Aliberti editore, pp. 192, euro 12,00, www.alibertieditore.it
Piero Barbaro
piero.barbaro@voceditalia.it