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I PROFESSIONISTI DELL’ANTIOMOFOBIA SONO UNA SCIAGURA PER I GAY

ott 14

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di Pierluigi Diaco su “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro

Capiamoci bene. Una volte per tutte. Gli omosessuali sono persone, cittadini, essere umani, individui, uomini e donne che, come tutti, rispondono alle leggi dello Stato. In una società libera e liberale, essere omosessuali non è un vanto, non è una patente d’identità, e nè un valore assoluto della personalità. I gusti sessuali e gli affetti personali, in una società moderna e democratica, non hanno bisogno di essere tutelati da leggi, leggine, regole o trattati internazionali. Essere gay non è una condanna a morte e nemmeno una disavventura che la vita ti impone: ognuno è libero di scegliere chi amare, chi corteggiare, chi possedere, con chi condividere un pezzo di vita. Quindi appare francamente patetico concentrarsi su un testo di legge che avrebbe come obiettivo quello di punire coloro i quali che , per ignoranza o per paura, ledono la sensibilità di persone che consumano pubblicamente effusioni con altri uomini. Fa sorridere solo il pensiero: una legge dello Stato che mette le mani su un innocente, grottesco e vigliacco pregiudizio culturale. Una legge dello stato per ribadire che l’Italia è un paese che ripudia l’omofobia. Ma stiamo scherzando? La nostra costituzione già parla da sola in materia e il nostro Presidente della Repubblica non si è mai sottratto a ricordare la faccenda pubblicamente: “La lotta contro ogni sopruso ai danni delle donne, contro la xenofobia, contro l’omofobia – ha osservato recentemente il Capo dello Stato- fa tutt’uno con la causa indivisibile del rifiuto dell’intolleranza e della violenza, in larga misura oggi alimentate dall’ignoranza, dalla perdita di valori ideali e morali, da un allontanamento spesso inconsapevole dai principi su cui la nostra Costituzione ha fondato la convivenza nazionale democratica”. Non c’è nient’altro da aggiungere o da fare. La nostra Costituzione è lì, alla portata di tutti, parla chiaro e non ci si può appellare ad Essa solo quando urge provocare il Cavaliere, o quando non si hanno altri validi e solidi argomenti per indebolire il peso politico di un Presidente del Consiglio un po’ troppo scafato. Nella nostra Costituzione c’è già la risposta a chi, meschino e povero di spirito, si permettere di giudicare e offendere un cittadino per motivi legati ad opinioni o identità diverse.  L’Italia è un paese normale dove moltissime coppie omosessuali vivono con sobrietà e serenità i loro affetti e i loro amori: la maggior parte di loro non scende in piazza, non si nasconde dietro a fanatismi di categoria, non è iscritta all’Arcigay o ad altre associazioni di genere, non desidera sposarsi e nemmeno provare a sentirsi uguale ad un coppia eterosessuale. La maggioranza dei gay italiani non desidera una legge ad hoc e nemmeno una rappresentanza ideologica e carnevalesca della propria identità sessuale: quello che è urgente, per molti, è un intervento chiaro, chirurgico e sostanziale all’interno del codice civile che punti a garantire alle coppie di fatto (omosessuali o no) nuovi diritti e nuovi doveri di fronte alla legge, così come accade per qualsiasi altra coppia che decide di vivere insieme e di condividere un percorso comune. Altro che Pacs, Dico, Di Do Re, e simili. Come ho già scritto su “Libero” subito dopo i recenti, numerosi e discutibili fatti di cronaca degli ultimi mesi ai danni di gay e lesbiche, il rischio è che il fenomeno alimenti un esercizio pericolosissimo che ho ribattezzato “Professionismo dell’Antiomofobia”. Si, lo voglio ripetere ancora, PROFESSONISMO DELL’ANTIOMOFOBIA. Quella patologia, simile al professionismo dell’Antimafia, che non ha mai portato da nessuna parte, che ha fatto collezionare sonore sconfitte al movimento LGBT e che, sono pronto a scommettere, non servirà affatto ad approvare nessun sacrosanto intervento sul codice giuridico, ma solo a candidare qualche “gay-maniaco” in Parlamento o alla Regione. Peccato, perchè il compito di donne per bene e serie come Paola
Concia sarebbe quello di lavorare a questo nobile e indiscutibile obiettivo: un intervento sul codice civile sostenuto da una larga maggioranza in Parlamento, compresa l’Udc. Un obiettivo da realizzare, però, sottoscrivendo un impegno: quello di sottrarsi non solo da sterili polemiche con il mondo cattolico e con il Vaticano, ma soprattutto da quel militarismo delle associazioni omosex  che da anni uccide ogni discussione con la pretesa, patetica, di leggi ad hoc. L’Italia non è una Gay-Crazia, ma una democrazia.

DE GIORGI, DIRETTORE DI GAY.IT, SCRIVE COSE SACROSANTE. DIACOBLOG INVITA ALLA LETTURA

set 16

Le vicende di questi ultimi mesi sono realmente terrificanti. Il pestaggio a Napoli di Maria Luisa e del suo amico, il ragazzo accoltellato a Roma e il ragazzo massacrato di botte a Firenze sono solo le tre punte dell’iceberg di una ondata di omofobia che sta scuotendo l’Italia: in realtà, credo che chiunque di noi percepisca che il clima è cambiato da almeno un anno. Piccoli episodi in giro per l’Italia sono ormai quotidiani. Io stesso sono stato vittima di un piccolo episodio di omofobia in una città, come quella di Pisa, dove in tanti anni mai queste cose sono avvenute. E la nostra redazione, non dimentichiamolo, è stata presa di mira a luglio con scritte omofobiche ora che è in periferia, quando per tanti anni è stata nella via principale della città senza che mai nulla fosse accaduto. Le ragioni di questo cambiamento di clima stanno nell’assenza di sponde istituzionali che un tempo – quando governava il centro sinistra – dicevano qualcosa di chiaro sui diritti delle persone lgbt: solo a parole, certo, perché ricordo che il centro-sinistra al governo non è statp in grado di approvare un solo provvedimento a nostro favore, ma almeno le parole c’erano e non ci ritrovavamo ministri gente della subcultura di Calderoli. Più in generale, credo, è il clima culturale che è cambiato, in tema di rispetto delle differenze. Mi permettano i tanti gay che ce l’hanno con rumeni e marocchini, ebrei e persone di colore: è chiaro che se in questo la cultura che passa è quella del “dagli all’immigrato e al diverso”, poi qualche problema ce l’abbiamo pure noi (e con questo, sia chiaro, non voglio in alcun modo condividere le dissennate politiche sull’accoglienza indiscriminata che Vaticano e certa sinistra vorrebbero farci digerire). In tutto questo, ci sono alcune ulteriori stonature sulle quali – perdonatemi – non riesco a star zitto. Mentre a Firenze, Roma e Napoli succede quel che succede, Arcigay di Milano non trova niente di meglio da fare che invitare alla serata di apertura del suo venerdì invernale l’eriditiera Paris Hilton. È poi scontato che, dopo una scelta così dissennata, specie in questo momento, scoppino problemi se lei si rifiuta – da brava (e vuota…) star internazionale quale è – di essere trascinata  in una polemica tutta italiana, perché la costringono a suon di fischi e insulti a portare un cartello “STOP OMOFOBIA”. La domanda viene spontanea: ma quei soldi – anche se “donati” dal locale proprietario della serata – non potevano essere spesi in una bella campagna contro l’omofobia a Milano? L’altra stonatura è l’eccesso di allarmismo che le associazioni gay italiane – Arcigay in testa – rischiano di seminare in Italia, complice una stampa a cui non par vero di montare dei casi. Abbiamo già denunciato la vicenda romana della Gay Street, dove le imprecisioni e gli errori di comunicazione sono stati evidenti, e guarda caso tutti fatti per ingigantire il caso. Non ci rimane oggi che denunciare oggi la vicenda bolognese , che alla fine si è capito aveva nulla ben poco a che fare con l’omofobia, mentre l’Arcigay di Bologna urlava ai quattro venti che invece di omofobia si trattava, con una conseguente ed oggettiva figura da pirla sulla stampa locale di ieri e di oggi. Sicuri che questo allarmismo ci serva e non alimenti invece i mitomani e quelli pronti ad emulare le gesta? O non conviene un po’ più di sobrietà e di compostezza da parte delle associazioni? Lungi da me chiedere silenzio o imporre alle associazioni di effettuare indagini di polizia prima di uscire sulla stampa, ma la cautela in questi giorni credo che debba diventare un obbligo, specie per chi così facendo ottiene subito la prima pagina dei quotidiani locali. Le notizie di ieri invece sono estremamente positive. La nostra parlamentare, Paola Concia, ha incontrato la Ministra delle Pari Opportunità, la quale parrebbe essersi finalmente accorta che in Italia esiste l’omofobia e la discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere e si è in qualche modo impegnata su questi temi. Nello stesso giorno, dopo la pausa estiva, è ripresa in Commissione Giustizia alla Camera la discussione sulla proposta di legge contro l’omofobia presentata dalla stessa Paola. Avere una legge contro l’omofobia cambierebbe decisamente la situazione. Non tanto o non solo perché avremo in mano uno strumento fenomenale di tutela giuridica dei nostri diritti e della sicurezza delle nostre vite, ma anche e forse soprattutto perché una legge di questo genere è in grado di cambiare il clima culturale del paese, svelenendolo e smorzando i toni. E una legge ottenuta in una legislatura governata dal centro destra sarebbe una doppia vittoria, perché – lo dico da tempo – sui nostri temi riusciremo in Italia a fare dei passi avanti solo quando diventeranno davvero bipartisan e non più motivo di scontro politico tra destra e sinistra. Su questo mi aspetto che il nostro sgangherato movimento lgbt faccia quadrato, abbandonando i massimalismi della legge Mancino (che certo, sarebbe meglio di quella della Concia, ma non mi pare sia questo il momento giusto per darci obiettivi ambiziosi), sostenendo Paola ogni giorno e ogni istante, lasciando una volta da parte invidie e primedonnismi. Non mi dispiacerebbe, ad esempio, che il 10 ottobre fosse solo Paola Concia a tenere il discorso ufficiale della manifestazione nazionale indetta dalle associazioni: sarebbe una bellissima dimostrazione di unità, di voglia di stare concentrati su obiettivi realistici e di ambizione ad ottenere risultati concreti e non discorsi. Ci riusciremo?

Alessio De Giorgi
Direttore Gay.it

LA CASTA DELL’ARCIGAY

apr 8

arcigay

da  WWW.ILGIORNALE.IT

Daniele Nardini ha 29 anni e da 11 ha la tessera di Arcigay. Per anni è stato volontario del circolo della sua città. Oggi è direttore editoriale di Gay.it, il sito di informazione sulla comunità omosessuale più letto in Italia. Da mesi sta pubblicando un’inchiesta a puntate sulla gestione dell’associazione: spulciando i bilanci e girando per i circoli, si è accorto che «qualcosa non va».
Partiamo dai numeri. Cos’è che non va nel bilancio?
«Basti pensare che il 15% di tutti i ricavi di Arcigay, quasi il 25% delle spese di struttura, se ne va per viaggi e spese dei quattro massimi dirigenti: 107mila euro, quasi 9mila euro al mese. Non male, per un’organizzazione senza fini di lucro, che pure investe altri 60mila euro in stipendi».
A chi vanno quei soldi?
«Nel bilancio non viene indicato, l’abbiamo chiesto ad Arcigay ma non ci è arrivata risposta». Continua

FORMIDABILE WALTER SITI SU POVIA

feb 20

di Walter Siti per “La Stampa”

Scusate, ma difendo Povia. Schiacciato senza pietà dal carro armato di Benigni. Non è questione di livello artistico, naturalmente: la canzone di Povia è di una semplicità un po’ ovvia, sia nella musica che nel testo, mentre il carisma di Benigni è il frutto di un talento raro – la maschera o il folletto che tutti conosciamo, capace di insegnare divertendo. La lettera di Oscar Wilde che ha letto l’altra sera era straziantemente bella, nella sua ingenuità disperata e formale. L’ala della poesia, insomma, stava dalla parte di Benigni. Ma l’Arci-gay, nella polemica di questi giorni, non ne ha fatto una questione di estetica o di poesia: ne ha fatto una questione di contenuti. Che cosa sia l’omosessualità, come nasca, come la si debba valutare. Da questa prospettiva, allora diciamo che il testo di Povia è ortodossamente freudiano e che le idee freudiane per molti di noi, omosessuali sessantenni, o per i nostri fratelli maggiori, sono state un momento importante nella lettura di noi stessi – riportando i comportamenti a un percorso familiare e storico, ci liberavano proprio da quel mito romantico e decadente (alla Proust o anche alla Wilde) che vedeva l’omosessuale come l’appartenente a una «razza» esclusiva e separata, maledetta o sublime. Che poi Freud fosse condizionato dalla struttura machista e patriarcale della borghesia ottocentesca, e che dunque le sue analisi più sbagliate siano quelle sulla sessualità femminile e sull’omosessualità, anche questo pare ormai assodato. Probabilmente non è vero che l’omosessualità maschile sia per forza legata a un eccessivo amore per la madre (che è la tesi di Povia e di mezza letteratura del 900, per esempio quella splendida poesia di Pasolini che si intitola Supplica a mia madre); gli studi sono andati avanti, il panorama sociale è cambiato ed è giusto dirlo. Quel che mi preoccupa è che l’Arci-gay, presa nel fuoco della battaglia, compia un’indebita estrapolazione logica; che siccome l’omosessualità non è una nevrosi, ne deduca che allora non possono (o non devono) esistere omosessuali nevrotici. E che dunque raccontarne la storia sia una menzogna, o peggio un’offesa. O che l’omosessualità sia una condizione talmente perfetta e autosufficiente che non ci si possa transitare, per sboccare poi in un rapporto eterosessuale. O viceversa. Sarebbe triste, dopo aver passato gli Anni 60 a vergognarci di essere omosessuali, che ora dovessimo vergognarci di essere omosessuali nevrotici. Che dovessimo per forza recitare la felicità, o la coniugalità normalizzata e fedele. Che fossimo obbligati ad escludere dai nostri racconti, per essere politicamente corretti, tutte le ossessioni, i deliri padronali, i terrori infantili; che dovessimo considerare il passaggio all’eterosessualità come un tradimento. Il progresso maggiore che abbiamo fatto, dai tempi di Freud, è proprio l’aver capito che omo ed eterosessualità non sono compartimenti stagni, che le frontiere si possono attraversare di qua o di là a seconda del nostro cammino psicologico, dipendente da mille fattori, compreso il caso. Se io, omosessuale, posso uscire dal rancore e dalla paura amando una donna, perché no? E se qualcuno mi raccontasse la storia di un etero infelice, che trova il suo equilibrio in un rapporto omosessuale, di nuovo perché no? (Nessuno l’ha ancora raccontato, d’accordo, ma allora è su questo che si dovrebbe lavorare per il prossimo Sanremo). Il testo di Povia non è minimamente offensivo, è solo parziale. (A questo proposito, se fossi nell’Arci-gay mi sentirei più offeso dalle gag da avanspettacolo di Bonolis e Laurenti, che duettano lepidamente su quanto sia orribile baciare qualcuno che ha la barba, o sull’atroce rischio di essere sodomizzati. Qui sì, siamo all’uomo delle caverne, o delle caserme. Coraggio, Bonolis e Laurenti, provateci con qualcuno dei bonazzi che portate sul palco tutte le sere: vedrete che non è poi così terribile, e i poveretti almeno avrebbero ruolo).


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