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VI RACCONTO MICHELE SANTORO

set 26

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di Pierluigi Diaco su “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro

  • 29 Agosto 1996. Un dirigente Rai, molto vicino a D’Alema, si lascia andare ad una gustosissima dichiarazione:  “Ci siamo liberati di un divismo eccessivo”. Il riferimento è a “Michele Chi?” (definizione coniata dall’allora presidente della Rai Enzo Siciliano) che da lì a poco trasferirà armi, bagagli e portafogli in casa del Biscione. Tant’è che Francesco Storace, in quegli anni mastino di ferro di An, dichiara sornione: “Ci voleva la Rai dell’ Ulivo per cacciare Santoro”. Il contrasto fra una certa sinistra e l’ inventore di “Tempo reale” deflagro’ quando l’ ex presidente della Rai Moratti propose Santoro alla direzione di Raitre. Era la contromossa per stoppare la prima offerta della Fininvest, che corteggiava Santoro già da un anno. L’allora direttore generale della Rai Minicucci si oppose e cosi’ a Santoro fu dato il “contentino” della vicedirezione ad personam. Il conduttore se ne ebbe a male con Massimo D’ Alema, troppo freddo nel sostenerlo e nel “sponsorizzarlo” come “Michele Chi?” avrebbe voluto e- secondo lui- meritato. E la leggenda vuole che per questo Santoro si vendico’ quando ebbe ospite il segretario del Pds, continuamente interrotto in diretta dagli altri ospiti. Poi le cose sono andate a finire come tutti sanno: l’azienda di proprietà di Silvio Berlusconi fa un contratto triennale (1996-1999) a quello che nel tempo sarebbe diventato “Don Santoro”, facendolo godere di assoluta libertà per il suo  programma ‘Moby Dick’” . Anzi, va ricordato che con parte del denaro intascato dall’azienda del Cavaliere, Santoro aprì perfino un ristorante nel centro storico, ma la vita da ristoratore fu brevissima per mancanza di clienti e di amici affammati. Sono passati molti anni, Michele è cresciuto professionalmente e ha creato una squadra vivace e scafata di collaboratori e professionisti del reportage televisivo, ma dal punto di vista umano non solo ha deluso vecchi amici e sostenitori come Peppino Caldarala, ma rischia perfino di deludere se stesso e la propria coscienza, buttando nel cesso uno dei sentimenti più nobili dell’essere umano: la gratitudine. Sì, la gratitudine verso Berlusconi e pure verso Veltroni. Verso il Cavaliere e verso quel Pci dove Santoro ha studiato l’autoritarismo delle idee e la dittatura delle opinioni. Fortunatamente in circolazione c’è ancora un bel libro di Michele De Lucia,  ‘Il Baratto’ (ed. Kaos), che si rivela l’unico e documentatissimo resoconto di come le intese più o meno larghe fra l’allora comunista Walter Veltroni e Berlusconi siano iniziate già 24 anni fa. Nell’autunno ‘84, infatti, mentre ufficialmente il Pci strepitava contro lo “strapotere del piduista”, Achille Occhetto e Veltroni incontrarono segretamente Berlusconi. Da un anno l’appena 28enne “WalterEgo” era stato nominato capo della sezione Comunicazioni di massa del Dipartimento propaganda e informazione, che per il Pci erano un tutt’uno. E Occhetto era il suo diretto superiore. Nell’agosto ‘84 la Fininvest aveva comprato per 135 miliardi dalla Mondadori il terzo dei suoi canali, Retequattro, salvandola dal fallimento. E Veltroni aveva tuonato: “Stiamo assistendo a un pesante attacco che tende a consegnare l’intero settore dell’emittenza privata nelle mani di uomini implicati nella P2 come Berlusconi”. Indignazione pubblica, ma trattative private. Come del resto è sempre accaduto anche negli ultimi anni ogni qual volta il centrosinistra ha tentato, invano e senza una reale volontà politica, di risolvere con unal legge il conflitto d’interesse del Cavaliere. De Lucia infatti ricorda che lo stesso Occhetto rivelerà, anni dopo, l’abboccamento segreto con Berlusconi: “L’incontro – un po’ carbonaro – avviene in un’imprecisata ’sera settembrina’ del 1984, in un salotto di piazza Navona non meglio specificato, né si sa chi sia l’organizzatore-padrone di casa”. Lo staff di Berlusconi è al completo. “Bravi, svegli e manager”, li definisce Occhetto. Il Pci ha appena effettuato il suo primo (e ultimo) sorpasso sulla Dc alle europee: 33,3 per cento contro il 33. “Walter e io siamo gli esponenti del più forte gruppo politico d’opposizione”, racconta Occhetto. “Non che non li conoscessimo. Walter ha avuto dei contatti con un esponente del gruppo Fininvest presente all’incontro, ma li ha interrotti perché diffidavamo”. La Fininvest propone: “Si potrebbe affidare alle reti pubbliche tutta l’informazione, mentre noi trasmetteremmo e produrremmo spettacolo. Ci interessa soprattutto la fiction”. Occhetto guarda Veltroni e dice: “Ma questa, Walter, è la tua proposta o sbaglio?” “Sì, in realtà è proprio quella”. Insomma, il messaggio di Veltroni è chiaro: mollate Craxi, e smetteremo di attaccarvi. Berlusconi ringrazia: “Mi fa caldo al cuore l’idea che il Partito comunista, da tempo ormai, si apra alla considerazione di queste realtà con tanto senso concreto, con tanto senso pragmatico…” Bene, comincia in quegli anni la più sensuale, perversa, divertente e pericolosa forma di consociativismo mai vista nella storia della Repubblica, quella che porta Berlusconi ad essere il capo indiscusso della tv commerciale italiana e che regala al Pci l’opportunità di poter costruire una rete televisiva a sua immagine e somiglianza: Raitre. Bene, il resto è noto a tutti. Raitre diventa negli anni lo spazio franco e il teatro sperimentale delle piroette di Michele Santoro, e lui, ingrato, non solo affina il suo rancore verso chi l’aveva segnalato e sponsorizzato, ma matura una forma di fanatismo eccezionale tale da consentirgli di indossare l’abito più suggestivo e artificiale che un giornalista possa sfoggiare: quello dell’eterno epurato. Bene, ora la domanda è molto semplice: può un giornalista, che per anni ha goduto di protezioni politiche e che ha incassato denaro dalle aziende dall’attuale Premier, partecipare ad una manifestazione sulla libertà d’informazione? Può un giornalista, che è il prodotto più riuscito del rapporto tra Rai e politica, scendere in piazza per chiedere alla politica di farsi più in là? No,  che non può. Anzi può, se il suo nome è Michele Santoro.

BOCCHINO A D’ ALEMA: ” PER ORA NESSUNO TI ACCUSA DI ESSERE IL MANOVRATORE, PERO’, FORSE, SAPEVI DELL’INCHIESTA”

giu 17

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(Adnkronos) – ”Se qualcuno ha il coraggio di dire che manovro le inchieste giudiziarie io lo denuncio. Si tratta di un mascalzone e di un bugiardo”. Lo ha detto Massimo D’Alema riferendosi all’inchiesta giudiziaria aperta dalla Procura di Bari di cui si parla oggi sul Corriere della Sera. ”Trovo clamoroso che il presidente del Consiglio parli di un complotto internazionale e questo venga considerato una battuta mentre si mette sotto processo me che di tutte queste cose non sapevo nulla. Vi immaginate se Sarkozy avesse parlato di un complotto, se ci sarebbero state centinaia di domande ma questo non succede ed e’ francamente preoccupante. Berlusconi faccia in questo caso quello che non ha fatto per una vicenda riguardante un’altra zona del Paese. Mi sembra che di veline e di feste sia disseminata ogni parte del Paese”, conclude D’Alema.

DiacoBlog inoltra la questione all’On. Italo Bocchino, vice capogruppo del Pdl alla Camera dei Deputati.

On. Bocchino, D’Alema minaccia di denunciare chi lo accusa di essere un “manovratore”.

” La cosa inquietante, francamente, è che D’Alema, almeno sembra, fosse a conoscenza di un’inchiesta giudiziaria. Quanto all’ipotesi che sia lui il “manovratore”, nessuno, per ora, ha avanzato questa tesi”.

FREMONO I DS!

gen 13

L’emozione è inarrestabile: i Ds veraci sono pronti all’ammutinamento. Non c’è tempo da perdere. A dettare i tempi della tanto bramata riscossa saranno l’insofferenza nei confronti di WalterEgo e l’agrodolce nostalgia per i giorni in cui l’eroico segretario Fassino, sfidando i menagramo di Palazzo e i detrattori sui giornali, garantiva credibilità e voti al centrosinistra. E’ stato piacevole cazzeggiare all’allegra sagra del Pd, ma come è noto il gioco bello dura poco e per i nuovi Ds è giunta l’ora di fare sul serio. Nelle case delle vecchie segretarie di partito, agli angoli delle strade, tra gli scaffali delle biblioteche piuttosto che nelle sale d’attesa dei centri benessere, si svolgono fugaci e clandestine riunioni con l’intento di progettare al meglio il colpo di coda. L’impresa non sarà certo facile; per questo pare che i più militanti stiano distribuendo ai combattenti per la buona causa un ‘kit di sopravvivenza del perfetto Ds’. Il contenuto ci commuove: un paio di vecchi maglioni, la raccolta delle poesie in forma di rosa di Pasolini, una bottiglia di Sassicaia, il calendario 2009 delle commesse, il contatto Facebook di Piero Fassino. E un trombone da orchestra. Per suonare prepotentemente la carica a quei tromboni del Loft.

di Pierluigi Diaco per “Il Foglio”

FOLLINI ALLA COMMISSIONE VIGILANZA RAI? VELTRONI E LETTA CI SPERANO

nov 10

ORE 16.30

Walter Veltroni avrebbe deciso definitavamente di scaricare Orlando e di avanzare la candidatura di Marco Follini(ex segretario dell’Udc, ora nel Pd) alla presidenza della Commissione Vigilanza sulla Rai. Gianni Letta, Casini e D’Alema non sarebbero affatto contrari a questa ipotesi.

ORE 17.12 Diacoblog riceve una strana email da un Pd-boy: “Quello che hai scritto su Follini non corrisponde alla verità. Poi se fosse vero, comunque…bisognerebbe aspettare. C’è interesse a prolungare la questione della Vigilanza”

ORE 17.37 Diacoblog chiede un commento all’On. Nello Formisano dell’Italia dei Valori :”Non credo a quello che ha scritto Diacoblog, se fosse vero continuerei a non crederci. Non ci voglio credere. Punto e basta”.

ORE 18.10 Una nostra “talpa” nel Pd ci informa che quelli di Articolo 21 (Giulietti e company), Giovanna Melandri, e un signore di cui preferiamo non fare il nome, sarebbero furiosi per lo scenario descritto da Diacoblog. Del resto, come avevamo scritto qualche settimana fa, la Melandri punterebbe alla guida della Commissione Vigilanza sulla Rai

NOTA. Diacoblog ha letto con attenzione il regolamento della Commissione Vigilanza Rai. Anche se Follini non è membro della Commissione, nessun articolo prevede che il Presidente debba essere inevitabilmente scelto tra i membri della stessa. I sostenitori di “Follini-Presidente Commissione Vigilanza della Rai” del resto fanno notare che da una commissione ci si può dimettere per passare ad un’alta, basta fare richiesta formale all’Ufficio di Presidenza di Montecitorio.


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