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“LA SVOLTA” DI RUTELLI

set 24

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  • di Pierluigi Diaco su “Libero”, diretto da Maurizio Belpietro

  • “Ti invito alla presentazione del nuovo libro di Francesco Rutelli: domenica 4 Ottobre  (19-21) presso l’Auditorium di Via della Conciliazione a Roma”, by segreteria del Presidente Rutelli. Presidente? E di cosa? Ah, sì, sì. E’ verò,  va ricordato a tutti, ma proprio a tutti, che Rutelli è Presidente del Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Del resto, è  abbastanza comprensibile che qualcuno non abbia appreso la notizia su le sue attuali mansioni : il nostro ha deciso di mantenere un profilo bassissimo e da più di un anno rifiuta interviste e partecipazioni tv. “Gioca a tennis, scrive, e passa molto tempo coni figli”, ci dice un suo amico. Sta di fatto, comunque, che stavolta Rutelli si è svegliato dal lungo letargo politico, non ha più voglia di scherzare e giura che non le manderà più a dire. Alla presentazione del suo nuovo libro, “La svolta”, è stata invitata tutta la Roma che conta ( in prima fila posti già prenotati, Bruno Tabacci in primis)  e non c’è da stupirsi molto se la location scelta sia nella via maestra che porta dritto al Vaticano: Rutelli, negli ultimi mesi, ha intensificato ancora più del passato il suo rapporto con la Segreteria di Stato Vaticana e gode della stima e del sostegno di un gruppetto di cardinali abbastanza scafati. Tant’è che l’Auditorium scelto non è quello di rutelliana memoria sito al Villaggio Olimpico, ma quello storico di Via della Conciliazione affidato alle cure di Francesco Carducci, Udc-man dalla cultura papalina. Stavolta l’ex leader della Margherita fa sul serio: vuole svoltare definitivamente al centro con o senza Pd. Attenzione, però, perchè l’ordine dato ai suoi è di non dare in pasto ai giornali una versione troppo chiara, quella vera diciamo noi, che vedrebbe Rutelli già fuori dal Partito Democratico. L’uscita di scena dal Pd di cui Francesco è co-fondatore non può avvenire con un colpo di teatro e nemmeno dentro un Auditorium, la faccenda deve svilupparsi lentamente, a piccolo passi, fino alla sua conclusione: il congresso del partito. “A Francesco non piace per niente l’andazzo che sta prendendo il dibattito politico dentro il Pd. Lui vuole un partito “democratico”, nè di sinistra, nè di centro-sinistra. La parola chiave è “democratico”, le altre categorie per lui sanno di vecchio”, così ci dice al telefono un  suo collaboratore. Insomma, appare chiaro che Rutelli non solo trova patetica e controproducente la “svolta” a sinistra di Bersani, ma nutre più di una riserva sul messaggio e sulla comunicazione che l’attuale segretario Franceschini sta facendo passare a meno di un mese dal congresso. Tanto vale, quindi, stare a guardare con un misto di cinismo e cautela, cominciando comunque a radunare le truppe in modo da essere pronte a “svoltare” col botto appena il campo di battaglia mieterà le prime vittime. E stavolta Rutelli la vittima non la vuole proprio fare: durante l’estate ha studiato meticolosamente le mosse per prendersi una rivincità, a suo parere, più che meritata dopo la sconfitta per la corsa a sindaco di Roma che- secondo fonti a lui vicine- sarebbe stata digerita con sorrisi e soddisfazione da molti dirigenti di fascia A del partito. E tutto questo, delusione e malinconie comprese, trovano il suo doveroso spazio ne “La Svolta”, libro a cui Rutelli ha lavorato soprattutto di notte, immerso nel poetico e suggestivo silenzio di Filicudi, mettendo insieme le idee, gli appunti, gli articoli di giornale e concedendosi un’analisi finalmente franca e disinvolta su chi gli è ancora amico e chi no. Sembra, infatti, che Francesco nel tempo abbia maturato più di un dubbio su due sue creature: Paolo Gentiloni ed Ermete Realacci. L’ex Ministro delle Comunicazioni e l’ex Presidente di Legambiente, infatti, da un po’ di tempo sarebbero apparsi più disinvolti e autonomi del solito, sottraendosi più di una volta alle istruzioni del capo, e correndo troppo sportivamente verso mete lontane da quelle indicate da Francesco. Urge, quindi, per Rutelli, mettere fine all’esodo. Ottobre è alle porte. Le vacanze sono fenite. Comincia il contro-esodo: svoltare al centro.

IL SANTINO DI D’ALEMA BY RONDOLINO

apr 20

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di Fabrizio Rondolino per “La Stampa”

Massimo D’Alema è l’ultimo hegeliano in un mondo politico new age attraversato e divelto dal peggior irrazionalismo. La sua proverbiale arroganza, l’insofferenza per la superficialità, l’antipatia per il giornalismo dei retroscena che ignora la scena, scaturiscono dalla convinzione che il reale sia complesso e articolato, e richieda uno sforzo della ragione per poter essere afferrato e compreso; e che sia precisamente in questo sforzo – in questa «fatica del concetto» – che la ragione percorre il cammino inverso tornando nella realtà, e dunque diventando prassi, azione, trasformazione.Maneggiare la complessità con gli strumenti della ragione è il lavoro di DAlema, la sua cifra e il suo maggior limite, nonché la causa principale tanto del disprezzo quanto dell’ammirazione che il personaggio è capace di suscitare in misura assai maggiore del potere reale di cui dispone (DAlema compie sessant’anni senza incarichi di partito, né parlamentari, né sovrannazionali: è, tecnicamente, un peone). Il comunista italiano che è diventato presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e che potrebbe un giorno diventare presidente della Repubblica, è un uomo decisamente complesso, la cui passione per la politica è soltanto una forma – la predominante, la pubblica – di una passione intellettuale e sentimentale per la natura e l’intelletto umani. Come ogni intellettuale, D’Alema riserva alla sfera dell’interiorità le passioni più violente e le confessioni più intime; ed è proprio la ricchezza interiore, non l’indubbio professionismo, a dare al personaggio quella «marcia in più» che sovente sorprende. Il rapporto fra DAlema e il mare, per esempio, è un rapporto sentimentale e privato – e dunque, nel mondo d’oggi, appare sgradevolmente aristocratico. DAlema non va in barca per ricevere gli amici, fare affari o abbronzarsi: ci va perché il telefonino non prende. Il mare di DAlema è il silenzio della bonaccia e il fischio rauco del vento, l’orizzonte aperto e la solitudine, la violenza indifferente della tempesta e il volo radente dei gabbiani.Nella vita di DAlema le donne hanno una centralità assoluta e indiscussa. Dalla nonna paterna, maestra elementare (pare) di grande severità e rigore, alla madre, presto soprannominata dai figli «il Generale»; dalla moglie Linda Giuva alla figlia Giulia, che si dice abbia il padre sotto assoluto controllo: le donne di DAlema non sono soltanto donne intelligenti, o indipendenti, o con una vita lavorativa propria: esprimono prima di tutto un principio di autorità, di coesione e di sicurezza al cui interno si costruisce lo spazio della famiglia – che per DAlema, in questo assai meridionale, è comunità indistruttibile e sacrario inviolabile. C’è dunque un forte elemento femminile, che per dir così controbilancia il «maschilismo» della tradizione comunista. E forse è per questo che DAlema è da sempre incuriosito dal pensiero taoista, il cui cuore è una concezione non-dualistica (e dunque intimamente complessa, non lineare, interdipendente) della realtà. Sun Tzu, secondo cui «sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità», insegna nella sua Arte della guerra come al centro della strategia ci sia il posizionamento. L’abilità consiste nel trovare il luogo e il tempo giusto in cui collocarsi; poi, accada quel che deve accadere. È in questa cornice, ancorché simbolica e un poco immaginifica, che va collocato il problema del potere. DAlema ne ha una visione, di nuovo, fortemente intellettuale. L’istinto combattente del giovane campione di Risiko! che ascende rapidamente nella nomenklatura del Pci si è stemperato nel corso degli anni in una qualche forma di rassegnazione. Difficilmente oggi DAlema si farebbe rimproverare da Berlinguer, come gli accadde quando, in coppia con Andreotti, sistematicamente batteva a scopone scientifico l’allora presidente Pertini durante il volo che portava i quattro ai funerali di Andropov. Oggi DAlema probabilmente lascerebbe vincere il presidente. Il potere infatti è forma, simbolo da esibire, rito da officiare: non è mai esibizione; è auctoritas (o, gramscianamente, egemonia), e non imposizione o rapina; in fin dei conti, non è neppure vittoria o sconfitta. Bisogna tener presente un dettaglio fondamentale: il giovanissimo pioniere che Togliatti, secondo un aneddoto mai confermato, avrebbe definito per la tanta sapienza «un nano, non un bambino», si è poi ritrovato a giocare la sua partita in un campo da gioco sconvolto dal crollo del Muro e dal terremoto di Tangentopoli. Figlio del partito, DAlema diventa adulto mentre i partiti si sbriciolano. Naturalmente, molto spesso la realtà si discosta dai suoi modelli teorici, tanto più se raffinati, e dunque a DAlema è capitato spesso di passare per (o di essere effettivamente) il guastatore, il giocatore d’azzardo, o il «mercante fenicio» (come una volta lo definì l’Avvocato, che per altro lo stimava non poco). Gli avversari sostengono che sia più bravo a distruggere che a costruire, ma si potrebbe obiettare che il primo Ulivo – l’unico che vinse abbastanza da governare per cinque anni – fu opera sua, dal pranzo a Gallipoli con Buttiglione fino alla «creazione» di Prodi insieme a Beniamino Andreatta. Più vera è invece una certa ingenuità – ne ha parlato qualche volta la madre, nelle poche interviste che era costretta a rilasciare -, che a volte rasenta la sprovvedutezza. Del resto, DAlema sembra evitare con accanita meticolosità ogni tentativo di rendersi simpatico; o meglio, il piacere di una battuta tagliente, di un guizzo dialettico, di un repentino sfoggio d’intelligenza spesso vanificano le sue più brillanti strategie. Ad una giornalista che gli chiedeva: «Posso farle una domanda?», DAlema un giorno rispose: «L’ha già fatta». Buon compleanno, presidente.

FREMONO I DS!

gen 13

L’emozione è inarrestabile: i Ds veraci sono pronti all’ammutinamento. Non c’è tempo da perdere. A dettare i tempi della tanto bramata riscossa saranno l’insofferenza nei confronti di WalterEgo e l’agrodolce nostalgia per i giorni in cui l’eroico segretario Fassino, sfidando i menagramo di Palazzo e i detrattori sui giornali, garantiva credibilità e voti al centrosinistra. E’ stato piacevole cazzeggiare all’allegra sagra del Pd, ma come è noto il gioco bello dura poco e per i nuovi Ds è giunta l’ora di fare sul serio. Nelle case delle vecchie segretarie di partito, agli angoli delle strade, tra gli scaffali delle biblioteche piuttosto che nelle sale d’attesa dei centri benessere, si svolgono fugaci e clandestine riunioni con l’intento di progettare al meglio il colpo di coda. L’impresa non sarà certo facile; per questo pare che i più militanti stiano distribuendo ai combattenti per la buona causa un ‘kit di sopravvivenza del perfetto Ds’. Il contenuto ci commuove: un paio di vecchi maglioni, la raccolta delle poesie in forma di rosa di Pasolini, una bottiglia di Sassicaia, il calendario 2009 delle commesse, il contatto Facebook di Piero Fassino. E un trombone da orchestra. Per suonare prepotentemente la carica a quei tromboni del Loft.

di Pierluigi Diaco per “Il Foglio”

E se noialtri di sinistra non votassimo alle Europee di giugno?

gen 12

di Fabrizio Rondolino sulla sua pagina Facebook e per gentile concessione dell’autore su DiacoBlog

Al ritorno dalle vacanze, pare proprio che le condizioni della sinistra italiana si siano ulteriormente aggravate, senza che s’intravveda una soluzione. Anzi: le registrazioni della Iervolino sembrano segnare un nuovo, fino a ieri impensabile ruzzolone nella merda.
Da Napoli viene anche quel Villari la cui elezione a presidente della Vigilanza è venuta dopo un insensato muro contro muro su Orlando, è stata preceduta dal famoso episodio del “pizzino”, ed è stata accompagnata da insinuazioni tanto gravi quanto indimostrate su possibili intese trasversali. Nel frattempo esplodeva la cosiddetta “questione morale” un po’ ovunque in Italia, diversi amministratori del Pd finivano indagati o addirittura in manette e il sindaco di Firenze si incatenava ai cancelli di un noto giornale amico. Nei giorni successivi si è riunita la Direzione del Pd, preceduta a sua volta da un lungo braccio di ferro fra “veltroniani” e “dalemiani” e conclusasi, come da tempo accade, con un voto unanime quanto inutile. Le vacanze hanno portato la (parziale) riabilitazione del sindaco di Pescara, con un conseguente mutamento di posizione sulla questione della giustizia; ma proprio in Abruzzo, pochi giorni prima, metà dell’elettorato si era rifiutata di partecipare all’elezione del nuovo governatore, e il Pd aveva quasi dimezzato i suoi voti. E poi, naturalmente, c’è Napoli e c’è la Campania, dove, secondo il detto popolare, il più pulito ha la rogna. Fuori dal Pd, a chiudere il quadro, si segnalano il commissariamento di “Liberazione” e la disintegrazione del Prc.
Indignazione, sconcerto, rabbia, depressione… gli stati d’animo della gente di sinistra in queste settimane cambiano velocemente, si accavallano e si rincorrono, in una sorta di convulsione emotiva che sembra rispecchiare le convulsioni politiche di un ceto dirigente che ha fatto definitivamente bancarotta.
Che cosa possiamo fare noi gente di sinistra?
Il 7 giugno si vota per il Parlamento europeo. Senza nulla voler togliere alle istituzioni di Strasburgo, è evidente che il risultato pratico di queste elezioni è molto basso: che il Pd abbia dieci o venti o trenta europarlamentari francamente non fa alcuna differenza. Sarà invece importante il risultato politico del voto in rapporto alla situazione interna italiana.
Astenersi dal voto il 7 giugno sarebbe dunque una scelta politica precisa, ancorché estrema, e non certo uno sfogo o una protesta: significherebbe che noi gente di sinistra non crediamo più nelle capacità di autorigenerazione di questo ceto politico, e di conseguenza lo invitiamo a farsi da parte. Significherebbe porre un argine alle umiliazioni quotidiane che ci vengono inflitte dal comportamento irresponsabile dei nostri gruppi dirigenti. Significherebbe insomma revocare la delega in bianco che in tutti questi anni abbiamo dato loro, e riprenderci, per dir così, i nostri pieni poteri di donne e uomini della sinistra italiana. Per fare cosa?
La sinistra ha bisogno di una nuova leadership, di un nuovo gruppo dirigente e con ogni probabilità anche di un nuovo partito. Il Pd così com’è oggi è l’ostacolo principale, se non unico, a che questo avvenga. Il nostro compito è rimuovere con il (non) voto quell’ostacolo, e aprire la strada al futuro. Una quota di astensioni capace di mandare il Pd sotto il 20% alle elezioni di giugno sarebbe sufficiente a disintegrarne il ceto politico, e a rendere così possibile una nuova stagione della sinistra italiana.
Il cammino, dopo, sarà senz’altro lungo e accidentato: ma proprio per questo è bene cominciare per tempo. Berlusconi ci malgovernerà fino al 2013: la sinistra, liberatasi finalmente dal ceto politico che la tiene prigioniera, avrà di fronte a sé tre anni per riorganizzarsi. Non è molto, ma non è neanche poco. Forse varrebbe la pena provarci.


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