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Presentazione del libro “Trent’anni anni senza (il ‘68)” su La7

Apr 22

Diacoblog da Sanremo/Tra i vincitori Fabrizio Moro. Per la categoria giovani, in pole position, i Sonohra

Feb 29
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Il verdetto è già scritto: la 58° edizione del Festival di Sanremo consegnerà la vittoria anche a Fabrizio Moro.
Per la categoria giovani, ci sono in pole position i giovanissimi Sonorha.
Non c’è dubbio alcuno, la vincitrice morale del Festival è Loredana Bertè.

“ANCHE LIBERO VA BENE”.UN FILM DOLCE,DA RIVEDERE

Gen 5

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Per il fine settimana vi consiglio di affittare “Anche libero va bene”, la prima prova alla regia di Kim Rossi Stuart. E’ uscito nelle sale due anni fa, ma suggerisco vivamente, a chi non lo avesse ancora visto, di non perderlo. E’ un ritratto molto dolce e graffiante della famiglia, romana, della zona nord della città. Mi ha commosso. Là dentro c’è anche un pezzo di me e della mia infanzia. Fatemi sapere che ne pensate. Buona visione. Pierluigi
P.S.Segue la mia critica pubblicata tempo fa su “Il Foglio”

di Pierluigi Diaco per “Il Foglio”
Sarà che il debutto di Kim Rossi Stuart alla regia “annaspa sotto il peso della retorica fanciullesca e dell’imitazione nannimorettiana” come ha scritto con la consueta grazia Mariarosa Mancuso su questo giornale, ma non c’è dubbio alcuno che la Famiglia Residente a Roma Nord (FRRN) molto somiglia a quella che Rossi Stuart racconta nel suo “Anche libero va bene”. “Le famiglie felici si assomigliano tutte, quelle infelici lo sono ciascuna a modo proprio”, ammoniva Leone Tolstoj nel folgorante incipit di “Anna Karenina”. “Anche libero va bene” ce ne racconta una, di famiglia infelice, agrodolce come sono quei nuclei che scelgono di abitare al quartiere Flaminio di Roma, marcatamente coatta quando tifa ai tornei di calcetto o alle gare di nuoto dei figlioli, borghese quando decide il modello dell’autovettura da comprare con il leasing e decisamente snob e noiosa quando pretende di sottrarsi, per partito preso o in questo caso per squisita esigenza cinematografica, alla visione di un telegiornale. La FRRN (Famiglia Residente a Roma Nord) ha conosciuto e conosce l’infelicità dei propri figli di solito prestati alle cure di analisti di sesso femminile, sopporta la frustrazione di padri artisti e scrittori, non può che giustificare le farfalle nella pancia e i capricci del cuore delle giovani mamme pentite di aver investito nei talenti giovanili dei loro mariti.
La FRRN trova nella pellicola di Rossi Stuart il suo riscatto e perfino un quartiere: il Flaminio. Un pezzo di Roma dove tutto diventa magicamente popolare, perfino i privilegi e i sogni dei suoi abitanti più
creativi: puoi trovare sceneggiature mai lette da un produttore cestinate, in bella vista, tra i bidoni di via Calderini, oppure incontrare Marco Bellocchio che attraversa la strada con un gruppo di ragazzini con i capelli ancora bagnati dopo la piscina a Villa Flaminia, o prendere il caffè con i filippini nei bar di Piazza Mancini mentre le signore di via Flaminia raccolgono per strada decine di firme per cacciare dalla piazza le “gazzelle” venute dalle Filippine.
Perché il Flaminio, e Rossi Stuart lo coglie nel segno, è uno dei rarissimi quartieri in cui girare un film può significare rinunciare a stereotipi polverosi e ai forti drammi da Roma Sud per parlare invece della famiglia medio borghese, senza pregiudizi né rimozioni né retorica, per raccontare una famiglia realistica con giorni dolenti e giorni contenti, con le sue gite al mare e il divorzio evitato per puro calcolo, con gli amanti gestiti per telefono o convocati alle sette di sera ai vernissage d’arte contemporanea organizzati da Lucrezia e Vittoria.
Girare un film a Roma nord e raccontare una giovane famiglia che vive al Flaminio può significare imbattersi perfino in un piccolo capolavoro, come in questo caso: dove nessuno dei protagonisti è vittima del complesso “Parioli”, dove i Muccino e quelli che vivono come loro magari si incontrano soltanto per puro caso al market aperto 24 ore su 24, dove i problemi dei trentenni che vogliono diventare famosi spariscono e vengono sostituiti dai drammi credibili di padri e madri flessibili, precari e quindi dannatamente moderni.
“Anche libero va bene” è uno spaccato sofisticato, macchiato soltanto da tenera ingenuità, su chi è stato un bambino di Roma nord, sui pomeriggi rubati alla matematica e passati a giocare con la fionda sopra i tetti di via Pinturicchio, su quelle giovani mamme tanto belle da provare imbarazzo, che hanno vissuto il primo parto come una condanna a morte, sui padri a cui la vita insegna a fare anche da madre ai loro bambini. Come accade, del resto, in “Anche libero va bene” dove Kim Rossi Stuart interpreta la parte di un padre a cui non rimane altro, a un certo punto, che investire tutto, perfino il suo personale orgoglio, sulle doti atletiche di suo figlio. E come è noto in tutte le Roma nord d’Italia, quando un padre cerca di riscattare se stesso attraverso la vita di un bimbetto che agita freneticamente i piedini in piscina, significa che la rabbia, il rancore, la sofferenza, l’amore si stanno mescolando con eccessiva diavoleria e nulla può migliorare la situazione, se non imparare a esorcizzare la vita con sensato cinismo. “Anche libero va bene” è una pellicola cruda, triste come sono tristi i visi dei bambini che aspettano le sorelle maggiori all’angolo con via Guido Reni per poi andare a mangiare a casa della portiera, perché mamma è a Cannes e papà sta facendo un pranzo “marchetta” da Antonini. Un film triste come sono tristi, d’inverno, certi palazzi del lungotevere, quando, al ritorno dalla campagna, casa degli zii, la pioggia batte forte sul tuo balcone al terzo piano, scala C e tu non riesci a dormire.

I giovani della rivoluzione?

Gen 3

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Benvenuti sul mio blog.

Voglio subito partire con una riflessione che ho mandato agli amici di Affari Italiani. La discussione continua sul forum di Affari Italiani, diretto da Angelo Maria Perrino e sul blog di Paolo Liguori.

L’estate scorsa il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, in un’intervista rilasciata ad un settimanale, lamentava uno scarso impegno politico da parte della generazione a cui appartengo e rivendicava positivamente, quindi, la stagione del ‘68 di cui la sua generazione si è resa protagonista. Ne seguì un dibattito autoreferenziale, appassionante solo per i soliti ex.

Purtroppo la “Molle Gioventù” di cui faccio parte, quella dei trentenni per capirci, si è sottratta alla discussione, dimostrando ancora una volta di essere incapace a prendere di petto la politica e la storia del paese.

Una debolezza intellettuale e culturale, quella dei trentenni italiani, che quotidianamente ho modo di certificare nel filo diretto radiofonico che tutte le notti conduco su Rtl 102.5.

Voglio subito essere chiaro: non credo affatto che il ‘68 abbia prodotto nella società e nella politica una rivoluzione tale da offrire a tutti, soprattutto ai più giovani, l’opportunità di valorizzare il proprio talento e le proprie risorse personali.

Quella stagione si è resa protagonista evidentemente di un fanatismo politico e culturale che ha saputo esprimersi perfino con la violenza delle parole e delle armi. Al contrario, la nostra generazione, apparentemente più apatica e disillusa, si batte tutti i giorni, magari in silenzio e senza la forza di un movimento politico rappresentativo, affinchè negli ambienti di lavoro, la meritocrazia, il talento e la passione prevalgano sulla spartizione partitocratica che la generazione di D’Alema, cioè la stessa che ha avuto il privilegio di vivere il ‘68, ha imposto pesantemente, negli ultimi quarant’anni, in tutte le aziende pubbliche italiane.Nel nostro paese, migliaia di giovani laureati e non, combattono quotidianamente, se pur senza un’adesione completa ad un partito, per cambiare o almeno modificare le logiche di un sistema che la generazione del ‘68 ha contribuito ad alimentare e sostenere.

Noi siamo un’altra cosa, e semmai dovessimo decidere di organizzarci per combattere contro qualcuno e quindi per il miglioramento della nostra qualità della vita, sicuramente non troveremmo, nella generazione dei D’Alema, dei complici, ma dei nemici anche un po’ ipocriti. Questo però non giustifica affatto la mediocrità politica e culturale della “Molle Gioventù”. Alla radio ricevo, tutte le notti, centinaia di sms e telefonate di ragazzi e ragazze già “stanchi”, disillusi, sconfitti, tristi.

Le loro voci hanno un tono agrodolce, alcuni sono anche non privi di buoni argomenti, altri teneramente conviti che “la società non ci offre spazi per emergere”, altri ancora sofferenti perché “non possiamo accedere ad un mutuo per comprarci la casa”.

Quella che emerge, ogni notte, è soprattutto una pericolosa e quasi vigliacca paura nei confronti della politica. I giovani italiani non conosco il potere, non sanno cosa significa, non masticano la materia, ne hanno timore, lo contrastano con automatismo generazionale, ma soprattutto non hanno nessuna buona ragione per credere che un giorno il potere e la responsabilità potrebbero anche toccare a loro.

Certo la generalizzazione è un rischio che si corre quando si parla di una categoria così vasta, allegra e gioiosa come quella dei ragazzi sotto i trent’anni, ma non c’è dubbio alcuno che in giro non si sente fame di vita, di esperienza, di sogno.

I migliori della mia generazione sono pronti solo a giocare la partita esclusivamente da soli, in un overdose di indivualismo acuto.

E pensare che basterebbe una gesto simbolico e di rottura per cambiare marcia: smettere di fare i “padri” e le “madri” dei nostri genitori insoddisfatti e frustrati, e cominciare a prenderli a schiaffi, costringendoli a tagliarci finalmente quel cordone ombelicale che ancora ci lega maledettamente a loro.


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