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FUCKING OSAMA

Lug 20

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Ci sono molti modi, in gioventù, per brindare alla vita, pochi però si dimostrano veramente efficaci, liberatori e originali. Il giornalista Alessandro Geraldini, nel suo primo romanzo “Fucking Osama”(Fazi Editore), suggerisce un metodo che di sicuro farà discutere e scaldare i lettori. Gli ingredienti sono sempre gli stessi: sesso, amore, ribellione e cocaina. Cambia solo il “nemico”: Emme, il protagonista del libro, non combatte per la conquista di un posticino al sole in società, ma ha ambizioni più sofisticate e diaboliche dei trentenni suoi coetanei. Assieme agli amici Ragno e Andrea, organizza delle spedizioni punitive contro arabi che si dimostrano prepotenti nei rapporti con mogli e figli, riproponendo una riedizione in salsa capitolina di “Arancia Meccanica”. Figli di papà con manie da crociati. Figli che in fondo cercano solo “padri” e che lungo la strada, tra piaceri della carne e amori inaciditi, trovano la consolatoria autorevolezza della fede.

di Pierluigi Diaco per “Il Foglio”

NON E’ BERLUSCONI CHE E’ DIVENTATO UNO STATISTA, SONO GLI ALTRI CHE SONO CAMBIATI

Mag 28

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GLI ALEMANNI CALANO SUL SALOTTONE

Apr 28

Malagò gli fa i suoi auguri, Verusio non ha “voglia di commentare”

Adesso che la Fortezza Bastiani è caduta, vuoi vedere che i tartari non sono poi così male? Roma è così. Ancora  due giorni fa si intrecciavano telefonate ansiose, partivano allarmi democratici via e-mail. C’è la raffinata gallerista che ha convocato cene per discutere di come organizzare la resistenza in previsione della calata degli Alemanni sull’Urbe. L’elezione del sindaco era diventata la linea del Piave, dove giocarsi il tutto per tutto, la trincea da difendere a ogni costo. E’ o non è, il sindaco di Roma, più e meglio di  un ministro, oltretutto non soggetto ad alcun rimpasto?
Due giorni fa, dicevamo. Ma a poche ore da un voto che, dopo sessant’anni, mette Roma nelle mani della destra, il salottone capitolino sembra farsene (più o meno rassegnatamente, più o meno fatalisticamente) una ragione. Soprattutto, nessuno si sognerebbe più di gridare “all’armi son fascisti”. “Un po’ ce lo aspettavamo”, dice al Foglio Guia Sospisio, la cui casa sotto il Gianicolo mescola molto romanamente politica, cultura e spettacolo, Fausto Bertinotti con Massimo Teodori e Antonello Venditti. “Ce lo aspettavamo, o comunque era palpabile la voglia di cambiamento. Ma in democrazia l’alternanza è una garanzia, e credo che Alemanno, se vorrà essere un buon sindaco, non cancellerà l’immagine, culturalmente viva, che Rutelli e Veltroni hanno dato a questa città”. (continua sul Foglio quotidiano) www.ilfoglio.it

TUTTI PAZZI PER LA LEGA. SOPRATTUTTO A SINISTRA

Apr 22

C’è voluto niente – oddio, proprio niente no: una disfatta elettorale – per passare, nei più colti cenacoli dopocena, nelle apposite librerie de’ sinistra (Roma chiacchierona) dall’invidia del pene all’invidia – l’ambito è più o meno contiguo – del celodurismo. Se quelli di Bossi non ci stanno attenti, facile ritrovarsi la prossima estate con tutti gli sbandati della Sinistra arcobaleno accampati nel pratone di Pontida, come una volta dalle parti dell’Avana quando si andava a tagliare la canna da zucchero. Perché qui non è solo questione di analisi politologica, dell’abbandono da parte degli operai (non decentemente bilanciato dal concorso delle bertinottiane principesse in lacrime, secondo dettagliato resoconto di Mario D’Urso), dei tre milioni di voti squagliati via che altro che buco dell’ozono, piuttosto il buco nell’arcobaleno. Davvero, ma non è soltanto questo. Ora che tanti rivoluzionari vogliono andare a prendere lezioni da Maroni anziché da Marcos, svernare in Val Brembana piuttosto che nella Selva Lacandona, quello che si coglie è uno scoramento diverso – umano, prima che politico. Lo ha ben raccontato su Repubblica Dario Vergassola, il comico che alla chiusura della campagna elettorale stava sul palco a far compagnia a Bertinotti. Il compagno Vergassola – che pure ha dato alle stampe un libro garbatamente intitolato “Me la darebbe?”: un rivoluzionario ha gli ormoni, ma pure buona educazione – ha spiegato la pena che si vive a sinistra come paccate di analisi socio-politiche non avevano finora fatto. “Quello che invidio ora è la gioia dei leghisti che s’incontrano al bar consapevoli di avere qualcosa in comune, mi ricorda l’animo e il sapore delle feste dell’Unità di trent’anni fa. E’ un entusiasmo che non riesci a smorzare e può essere solo vincente”. Ecco: la straziante sensazione della piadina che si vota alla causa padana, della salsiccia che si fa federalista, delle corna di Vercingetorige che sostituiscono il basco guevarista. Già le ultime feste dell’Unità erano state ribattezzate Democratic party, adesso la tristezza stringe la gola, e costringe ad aspettarsi, come fa sapere Vergassola, di tutto: persino la Casa del popolo che si fa Casa del popolo padano. Tra poco, i leghisti non sapranno più dove accampare gli ex rivoltosi in processione dalle loro parti, gli ammiratori di recente conio, i nuovi cittadini onorari di Gemonio. Lo ha detto a brutto muso, a quelli che insistono con l’antica iconografia, il compagno Francesco Guccini, che ha cantato i tempi belli con l’Unità in tasca (i più arditi) e che ora potrebbe agli ultimi scampoli della Sinistra raccomandare un’altra sua canzone, quella che “non siamo, non siamo, non siamo…”. A Diliberto e soci ha spiegato: “Agli operai, di falce e martello non gliene frega più niente… Anche gli operai della Fiom hanno votato per la Lega”. E così, la famosa avanguardia, presa alla sprovvista e presi pochi voti, si fa intendenza, segue la classe di riferimento ove la classe di riferimento va, non avendo voluto seguire il supposto partito di riferimento. Così, sul modello Lega, è tutto un saggio interrogarsi, da Luca Casarini a Marco Revelli, dal Manifesto a Liberazione. Ma meglio dice, di quel nodo in gola, il più saggio di tutti, il compagno Vergassola: “E’ come quando finisce un amore. E’ ancora presto, devo ancora elaborare il lutto”. Ma con urgenza e senza dibattito, ché altri lutti già si profilano all’orizzonte.

di Stefano Di Michele per “Il Foglio”

DONNE IN POLITICA

Apr 22

“Donne che in nome delle Pari opportunità si elevano al di sopra di tutto e tutti, donne che in nome dell’identità femminile possono lasciarsi andare a qualsiasi tipo di dichiarazione. Donne che mirano decise ad occupare posti di potere, donne che vogliono il potere. Crediamo che un maggior numero di donne in politica possa aiutare? Donne che già ottimamente, da una vita, fanno le mogli di… e ancora meglio occupate nelle pubbliche relazioni per conto di mariti distratti e puerili. Donne diabolicamente condannate a fare piacevolmente le amanti, donne non più in cucina ma sdraiate comodamente sui sofà di direttori generali e ammistratori delegati. Donne sull’orlo di una crisi di nervi, donne che “remano contro” se stesse dichiarandosi vittime dei ruoli che la società impone loro: le donne, in politica, ci marciano”.
di Pierluigi Diaco, DJ&DS, per “Il Foglio”

Il lieto fine di Silvio Berlusconi

Apr 15

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Buona la quinta, anzi ottima. Anzi a valanga. Per essere l’ultima prestazione elettorale di Silvio Berlusconi, quella di ieri rischia passare alla storia come la più bella. E’ quel che si dice un lieto fine ma c’è da immaginare che sarà una letizia durevole. I numeri dicono che il Cav. a vocazione maggioritaria vince con tranquillità e lo fa senza l’Udc, senza la Destra sfuggita dal seno di An, soprattutto contro un Partito democratico che rimane inchiodato al di sotto del 35 per cento. Se non ci saranno capovolgimenti dell’ultimo minuto, la distribuzione dei seggi in Senato potrà garantire al centrodestra la governabilità che non fu concessa a Romano Prodi due anni fa. E alla Camera proprio non c’è storia. Certo brilla in modo particolare la Lega di Umberto Bossi, ma il Pdl si dimostra un’invenzione trionfale. E’ il successo politico di un partito nuovo posto al centro di una coalizione omogenea su base regionalistica – Carroccio al nord, Mpa di Raffaele Lombardo al sud – ma più di ogni altra cosa è l’affermazione da urlo del suo demiurgo: il Cav. Meglio del 1994 e del 2001, quando il Polo ha vinto (nell’ultimo caso premiato da una legge migliore); figurarsi rispetto all’infausto 1996 e al pazzotico 2006.
Dunque Berlusconi tornerà a Palazzo Chigi per la terza volta, ma in questa circostanza il ritorno vale il doppio. Vale come il frutto ostinato di un grande azzardo, come il premio per avere scommesso sull’abbandono di Pier Ferdinando Casini dell’Udc (già molto collaborativo) a beneficio delle mani libere per governare. Ha pagato il coraggio e alla fine il risultato sembra dare ragione anche alla più inedita campagna elettorale messa su da Berlusconi. Quell’impasto un po’ schizoide di senso comune e senso dello stato, quel suo modo roco di offrirsi al mercato del voto con l’animo pensoso da uomo delle istituzioni preoccupato dalla crisi. E senza mai rinunciare alla faccia bronzea di chi, nel momento stesso in cui sta rivoluzionando il sistema politico nazionale insieme con Walter Veltroni, mobilita l’elettorato di centrodestra attraverso la chiamata all’anticomunismo. Al punto che il Pd ha vampirizzato la Sinistra Arcobaleno ma non ha tolto neppure un grammo di consenso moderato al Pdl. Se la vigilia del voto era stata accompagnata dal coro monocorde che segnalava una grande assenza nel lessico berlusconiano, l’assenza del miracolo italiano e del sogno lucido che non poteva essere rappresentato dalla promessa di abolire il bollo per le auto, adesso bisognerà aggiornare le categorie di lettura. Bisognerà ammettere che l’homo faber di Arcore ha ottenuto un’investitura meritata e pesantissima: è riuscito lì dove il pescatore di sogni, Veltroni, dimostra d’aver bucato la prima e pare intenzionato a non perdere tempo. Con l’orgoglio commosso del tre volte vincitore e la volontà di restare “aperti verso l’opposizione” per “accettare il loro voto sulle nostre riforme”.

E adesso che succederà? Succede che la Casa Rosada riapre coi fuochi d’artificio perché Berlusconi ha vinto anche su se stesso e questa forse era la sfida principale. Il Cav. ha trionfato sull’impressione della sua stanchezza, sul timore dell’appannamento sopraggiunto quando lo si era visto al Colosseo che chiudeva la campagna elettorale inciampando su Totti e Ronaldinho. Invece aveva ragione lui e lo certifica l’apoteosi personale di queste ore (pare). La telefonata di complimenti arrivata da Veltroni lascia immaginare che il capo del Pd non finga quando dice di voler aprire una stagione collaborativa e di riforme condivise. L’altra chiamata di congratulazioni reciproche tra Berlusconi e Fini esemplifica la solidità di un successo che nessuno ha voluto rivendicare ad An o a Forza Italia, perché tutti considerano come il migliore accompagnamento al primo congresso del Pdl. Quanto ai rapporti con la Lega, fa fede la buona accoglienza riservata dai berlusconiani al successo padano. Forse non si dovrà parlare di golden share come aveva fatto Veltroni alla vigilia del voto, però è chiaro Bossi ha ipotecato ieri una posizione di privilegio nel prossimo governo Berlusconi. Il capo leghista ha subito detto che il suo partito manterrà gli impegni presi con il Cav. In generale, come sottolineano i finiani, dalle urne viene una risposta maggioritaria compatta e decisamente “di destra”, se si tiene pure conto dei consensi ricevuti dal gruppo di Storace (che in ogni caso non entrerà in Parlamento). Berlusconi dovrà tenerne conto. Ma al momento è giusto che si goda il tripudio con i suoi amici e subalterni: “E’ un momento storico, il momento più bello della mia vita. Una vittoria netta, una vittoria di squadra. Ma ora ci aspetta un periodo difficilissimo”. Vero. Il Cav. ha sofferto ancora una volta la malizia degli antipatizzanti e si è misurato con il tifo contrario dei giornali stranieri, sa che i pregiudizi e la severità sono destinati e perdurare. Nessuno potrà tuttavia negargli il riconoscimento sfuggito ieri sera al quotidiano belga Le Soir: “A quindici anni dalla sua comparsa, il fenomeno Berlusconi torna a dimostrare il suo radicamento nella politica e nella società italiane, malgrado la personalità controversa e l’età del suo leader, arrivato in testa alle legislative”. Parole di miele che risuonano però come il presagio di un lieto fine da coltivare giorno per giorno.

di Alessandro Giuli per “Il Foglio”


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