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“Donne che in nome delle Pari opportunità si elevano al di sopra di tutto e tutti, donne che in nome dell’identità femminile possono lasciarsi andare a qualsiasi tipo di dichiarazione. Donne che mirano decise ad occupare posti di potere, donne che vogliono il potere. Crediamo che un maggior numero di donne in politica possa aiutare? Donne che già ottimamente, da una vita, fanno le mogli di… e ancora meglio occupate nelle pubbliche relazioni per conto di mariti distratti e puerili. Donne diabolicamente condannate a fare piacevolmente le amanti, donne non più in cucina ma sdraiate comodamente sui sofà di direttori generali e ammistratori delegati. Donne sull’orlo di una crisi di nervi, donne che “remano contro” se stesse dichiarandosi vittime dei ruoli che la società impone loro: le donne, in politica, ci marciano”.
Il lieto fine di Silvio Berlusconi

Buona la quinta, anzi ottima. Anzi a valanga. Per essere l’ultima prestazione elettorale di Silvio Berlusconi, quella di ieri rischia passare alla storia come la più bella. E’ quel che si dice un lieto fine ma c’è da immaginare che sarà una letizia durevole. I numeri dicono che il Cav. a vocazione maggioritaria vince con tranquillità e lo fa senza l’Udc, senza la Destra sfuggita dal seno di An, soprattutto contro un Partito democratico che rimane inchiodato al di sotto del 35 per cento. Se non ci saranno capovolgimenti dell’ultimo minuto, la distribuzione dei seggi in Senato potrà garantire al centrodestra la governabilità che non fu concessa a Romano Prodi due anni fa. E alla Camera proprio non c’è storia. Certo brilla in modo particolare la Lega di Umberto Bossi, ma il Pdl si dimostra un’invenzione trionfale. E’ il successo politico di un partito nuovo posto al centro di una coalizione omogenea su base regionalistica – Carroccio al nord, Mpa di Raffaele Lombardo al sud – ma più di ogni altra cosa è l’affermazione da urlo del suo demiurgo: il Cav. Meglio del 1994 e del 2001, quando il Polo ha vinto (nell’ultimo caso premiato da una legge migliore); figurarsi rispetto all’infausto 1996 e al pazzotico 2006.
Dunque Berlusconi tornerà a Palazzo Chigi per la terza volta, ma in questa circostanza il ritorno vale il doppio. Vale come il frutto ostinato di un grande azzardo, come il premio per avere scommesso sull’abbandono di Pier Ferdinando Casini dell’Udc (già molto collaborativo) a beneficio delle mani libere per governare. Ha pagato il coraggio e alla fine il risultato sembra dare ragione anche alla più inedita campagna elettorale messa su da Berlusconi. Quell’impasto un po’ schizoide di senso comune e senso dello stato, quel suo modo roco di offrirsi al mercato del voto con l’animo pensoso da uomo delle istituzioni preoccupato dalla crisi. E senza mai rinunciare alla faccia bronzea di chi, nel momento stesso in cui sta rivoluzionando il sistema politico nazionale insieme con Walter Veltroni, mobilita l’elettorato di centrodestra attraverso la chiamata all’anticomunismo. Al punto che il Pd ha vampirizzato la Sinistra Arcobaleno ma non ha tolto neppure un grammo di consenso moderato al Pdl. Se la vigilia del voto era stata accompagnata dal coro monocorde che segnalava una grande assenza nel lessico berlusconiano, l’assenza del miracolo italiano e del sogno lucido che non poteva essere rappresentato dalla promessa di abolire il bollo per le auto, adesso bisognerà aggiornare le categorie di lettura. Bisognerà ammettere che l’homo faber di Arcore ha ottenuto un’investitura meritata e pesantissima: è riuscito lì dove il pescatore di sogni, Veltroni, dimostra d’aver bucato la prima e pare intenzionato a non perdere tempo. Con l’orgoglio commosso del tre volte vincitore e la volontà di restare “aperti verso l’opposizione” per “accettare il loro voto sulle nostre riforme”.
E adesso che succederà? Succede che la Casa Rosada riapre coi fuochi d’artificio perché Berlusconi ha vinto anche su se stesso e questa forse era la sfida principale. Il Cav. ha trionfato sull’impressione della sua stanchezza, sul timore dell’appannamento sopraggiunto quando lo si era visto al Colosseo che chiudeva la campagna elettorale inciampando su Totti e Ronaldinho. Invece aveva ragione lui e lo certifica l’apoteosi personale di queste ore (pare). La telefonata di complimenti arrivata da Veltroni lascia immaginare che il capo del Pd non finga quando dice di voler aprire una stagione collaborativa e di riforme condivise. L’altra chiamata di congratulazioni reciproche tra Berlusconi e Fini esemplifica la solidità di un successo che nessuno ha voluto rivendicare ad An o a Forza Italia, perché tutti considerano come il migliore accompagnamento al primo congresso del Pdl. Quanto ai rapporti con la Lega, fa fede la buona accoglienza riservata dai berlusconiani al successo padano. Forse non si dovrà parlare di golden share come aveva fatto Veltroni alla vigilia del voto, però è chiaro Bossi ha ipotecato ieri una posizione di privilegio nel prossimo governo Berlusconi. Il capo leghista ha subito detto che il suo partito manterrà gli impegni presi con il Cav. In generale, come sottolineano i finiani, dalle urne viene una risposta maggioritaria compatta e decisamente “di destra”, se si tiene pure conto dei consensi ricevuti dal gruppo di Storace (che in ogni caso non entrerà in Parlamento). Berlusconi dovrà tenerne conto. Ma al momento è giusto che si goda il tripudio con i suoi amici e subalterni: “E’ un momento storico, il momento più bello della mia vita. Una vittoria netta, una vittoria di squadra. Ma ora ci aspetta un periodo difficilissimo”. Vero. Il Cav. ha sofferto ancora una volta la malizia degli antipatizzanti e si è misurato con il tifo contrario dei giornali stranieri, sa che i pregiudizi e la severità sono destinati e perdurare. Nessuno potrà tuttavia negargli il riconoscimento sfuggito ieri sera al quotidiano belga Le Soir: “A quindici anni dalla sua comparsa, il fenomeno Berlusconi torna a dimostrare il suo radicamento nella politica e nella società italiane, malgrado la personalità controversa e l’età del suo leader, arrivato in testa alle legislative”. Parole di miele che risuonano però come il presagio di un lieto fine da coltivare giorno per giorno.
di Alessandro Giuli per “Il Foglio”
NO, WE CAN’T

DIACO PER WWW.ILFOGLIO.IT
Come è noto non si crede più a nulla a sinistra, purtroppo. Anche stavolta gli elettori del centrosinistra, ricattati come sempre dalla loro formazione culturale e dai simboli della bella gioventù andata, si recheranno, senza entusiasmo e passione alcuna, ai seggi elettorali per fare la solita ed automatica croce: adesso sul Pd. Anche stavolta i dischi ascoltati, i libri letti, i maglioni indossati, le bellissime trasmissioni di Rai 3 e gli autoreferenziali racconti dei nonni, peseranno come un macigno sulla coscienza “schiava” degli elettori belli e dannati della gauche all’italiana: un altro voto contro il Cavaliere, un’altra stagione di speranza nata già morta, un altro tentativo di cambiare pagina senza cambiare pelle. Che palle! No, we can’t.
LA RUBRICA DI SPORT PIU’ TRENDY? QUELLA DI CHIARAMONTE SU WWW.ILFOGLIO.IT

I nostri si guardano negli occhi, intanto uno svizzero vince la
Milano-Sanremo <http://www.ilfoglio.it/blog/121>
di UMBERTO MARIA CHIARAMONTE
Per fortuna che ha origini italiane: il padre emigrò in svizzera dalla
Basilicata. Ma la consolazione è magra. E così quando Fabian Cancellara
è scattato a due chilometri dall’arrivo, tutti si sono guardati in
faccia come a dirsi: “Lo insegui tu, che io ti seguo a ruota”. E così
non l’ha inseguito nessuno e lui ha vinto il mondiale di primavera (si
fa per dire), la classica più amata dagli italiani, quella
Milano-Sanremo di 298 chilometri. Ha vinto lui, timido ragazzo di 27
anni, colto che parla comasco, nato a Berna. Eppure i nostri erano in
forma. Da Capo Berta avevano in mano la corsa ma si sono marcati tra di
loro e nessuno è riuscito a uscire dal gruppo e involarsi sul traguardo.
Ci aveva provato il nostro campione del mondo Paolo Bettini due volte,
ma non avevano fatto in tempo a guardarsi negli occhi che l’avevano già
ripreso. Ci avevano provato Paolo Savoldelli sulla discesa della
Cipressa, Alessandro Ballan sul Poggio, Davide Rebellin su tutti e due,
ma anche i loro inseguitori non si erano guardati per nulla e li avevano
subito ripresi. E anche Filippo Pozzato voleva provarci. Era il più in
forma di tutti, era alla ruota di Cancellara al momento dello scatto
decisivo, ma è bastato un attimo - è bastato che si guardasse negli
occhi con i compagni di fuga - che, quando si è alzato sui pedali, lo
svizzero aveva già vinto. E infatti dopo ha detto: “Con le gambe che
avevo potevo farcela”. Qualcuna cantava anni fa: “Oltre le gambe c’è di
più…”.
FORZA GIULIANO! DIACOBLOG SOSTIENE LA LISTA PER LA VITA DI FERRARA

SMS DI DIACOBLOG MANDATO A GIULIANO FERRARA : “Caro Giuliano, per motivi personali e quindi esistenziali, sono persuaso dalla tua idea della lista per la vita. Sono con te”.
ANDREA’S VERSION SU DI PIETRO

Andrea Marcenaro su “Il Foglio”
Antonio Di Pietro scava nel passato per spiegare, sul suo blog, “cosa penso del caso Mastella, della politica campana e non solo”. “Nella Seconda Repubblica, quella dopo Tangentopoli, il sistema si è ingenierizzato: non si commettono più reati, ma si occupa direttamente il potere negli uffici pubblici e nelle amministrazioni, dando incarichi e ruoli a persone di propria appartenenza e a propri amici. La questione che dobbiamo porci non è se Mastella, Bassolino o altri siano colpevoli o meno sul piano penale, questo riguarda il giudice, ma se è giunta o non è giunta l’ora che non si faccia più politica cercando il consenso attraverso il mercato, il nepotismo, il familismo, il clientelismo, se la politica deve tornare servizio o se la politica deve rimanere un’occasione di conquista di potere”. Ben detto. Provate adesso a sostituire “politica” con “giustizia” e giudicate voi se concetti così chiari e originali non valgano almeno un pied-à-terre al figlio, una Mercedes in buone condizioni e duecento milioni di vecchie lire nascosti in una scatola da scarpe.






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