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LA BUONA VOLUTTA’

feb 19

giuliodurini

Raccontavo, in uno dei miei francobolli “Dj/Ds”, di come un politico nel corso degli anni si è diviso tra l’amore familiare e la devozione per uno studente bolognese. Raccontavo della solidità e della passione, delle gioie e della disperazione, e di tutte quelle emozioni che, non avendo nessuna simpatia per l’ordine fisso, si trasformano in bellissimi sentimenti mascherati e divini. L’autoritarismo gay, la dittatura dell’Arcigay, i Gay Pride e tutte le Luxuria in circolazione hanno ormai trasformato in prosa tutto ciò che di poetico e sensuale hanno respirato e vissuto gente come Pier Vittorio Tondelli e Umberto Saba, e con loro mariti annoiati, maschi di potere, sposini infedeli, cazzi nascosti nei cespugli. La globalizzazione dei diritti e la modernizzazione di cui le noiosissime comunità omosessuali si fanno portavoce, fanno del politico con moglie/figli/amante un autentico eroe, un outsider post-gayo, un esempio di trasgressione all’antica, dai sapori agrodolci e dall’identità imprecisa. Aggiungere qualche dettaglio ci aiuterà a comprendere la sensibilità di questo “cupido” della politica italiana. Quasi sessant’anni e fuori dal Parlamento, il nostro eroe si divide tra la sua città natale e N***. Ha passato gran parte della vita a sudare freddo nelle interminabili riunioni delle correnti di partito, a svegliarsi di primo mattino per telefonare a una madre anziana, a incassare le isterie di una moglie dal taglio di capelli sospetto, a governare le richieste di una figlia depressa e di un figlio con le smanie. Nel terzo cassetto del comodino accanto al letto ha sempre tenuto una pistola, nel primo dell’ufficio ha “governato” antidepressivi. Un giorno, mentre dibatte di politica “a misura d’uomo” in periferia di G***, gli si avvicina Giulio (lo chiameremo così), 22 anni, studente, bellissimo, di origini aristocratiche, orfano per scelta di Dio, tirato su dal nonno, lettore di scrittori russi e amante di uomini sopra gli anta. Il ragazzo, timido, ammicca, chiede, corteggia, provoca, ingrifa. Il politico, emozionato come un bambino, ascolta, si eccita, sogna, immagina, liquida la scorta e passeggia con lui tutta la notte. Davanti alle vetrine di una nota libreria, offre al giovane la caramella: “Passa la notte con me, voglio essere tuo”. Inizia così la più bella storia d’amore e di sesso di questo secolo. Una storia che parla di altre storie, una storia di affanni e di grida, di fantasie sadomasochistiche e di piaceri inesplorati, di farfalle custodite nella pancia e di pidocchi che mordicchiano l’anima. Il politico imparerà a non fare promesse, il giovane a non chiedere. Continuerà a vivere con moglie e figli, onorerà la compagna di una vita, vizierà lei e lui con la compassione misurata di un padre, e poi, quando sentirà mancarsi le vene, saprà tornare al suo altrove con fare animalesco e sincero. Non c’è morale in questo vissuto. Non ci sono né ragioni né torti. Né vincitori né vinti. C’è solo vita, lirica, stravaganza, eccellente perdizione. Tutto è più facile e bello quando l’amore vibra leggero; quando non crede agli sguardi e alle parole, ma le vive e le lascia scendere giù. Quando entra dentro e non pretende di uscire allo scoperto, di essere compreso, accettato, capito, digerito. E’ più gustoso essere presi sul serio per quello che fingiamo di essere e ignorati per la nostra intima umanità; giudicati per quello che vogliamo rappresentare e non per quello che siamo. Il nostro eroe non vuole essere definito. Offre un’immagine di sé, quella che più gli piace, perché non esiste bestemmia più grande che peccare chiedendo l’autorizzazione o servirsi degli escamotage che leggi terrene consentono, pensando di sovvertire la perfezione delle leggi di Dio. La letteratura omosessuale ha tratto la sua ispirazione da storie clandestine, disordinate, meno corrette: la sa più lunga delle associazioni di categoria. Come possiamo dimenticarci che le ragioni di Dio conoscono alla perfezione le piroette dei cuori? Come sarebbe possibile cestinare le ipnotiche e libere immersioni nel mare della sessualità, in cambio di leggi e regoline che ambiscono solo a fissare un amore e, per di più, le sue mille declinazioni? Quanto sarebbe miserabile e terreno sottrarsi alla confessione e al perdono? Ognuno è libero di rispondere a questi interrogativi come crede, ma non saranno i Gay Pride a restituire agli “sperimentatori” del sesso la dignità che meritano. Noi, uomini e donne di buona voluttà, non cederemo alle lusinghe diaboliche del politicamente corretto. Ci batteremo affinché il Politico e Giulio godano di tutta l’intimità sotto le coperte; affinché l’omosessualità continui a essereun profondo e bellissimo esempio di amore non definito; affinché le trame del sesso non si trasformino in favole a lieto fine. I “Milk” in circolazione sono solo una patetica e fanatica rappresentazione di una battaglia già vinta: il potere è omo affettivo, la tv è frocia, la stampa frociarola, la chiesa omo eclettica, l’arte omo depressa, il mondo omo declinabile. E’ frocio-mania, ovvero niente di più sorprendentemente assoluto, palese, digerito e popolare. Non si parla d’altro nei salotti, nelle palestre, nelle salette vip degli aeroporti, nei festival della canzone, nelle saune, nei corridoi della Rai, nei centri benessere del Chianti, nelle case di campagna dei Fondatori ormai in pensione, in Transatlantico, nei privé dei club di Roma e Milano. Tutti affamati di gayezza, ognuno con le sue curiosità, con le bocche asciutte, con fremiti mai sopiti. Il Politico e Giulio lo avevano intuito: meglio perdersinel fare ipnotico della perversione che scuotersi l’anima e scegliere di essere una “cosa” definita e divorata dalle bocche altrui. Amare era il loro sogno, trasgredire il loro bisogno, giocare a nascondino il loro segreto. E non mi pentirò di averlo portato alla luce perché qualcun altro, invidioso e luciferino, potrebbe approfittarne per sentirsi con la coscienza a posto.

di Pierluigi Diaco per “Il Foglio”


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