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“INCONTEPORANEA” DI FRANCESCO STOCCHI

Nov 24

LA QUESTIONE ITALIANA

Francesco Stocchi per “Lo Specchio”
La creatività italiana non è mai stata messa in discussione, tanto da essere considerata una delle principali risorse che caratterizzano l´immagine del nostro Paese. Se si fa un giro in una città a caso di ciascun continente e si confrontano gli stimoli ricevuti, ciò che si riceve dal panorama italiano ha pochi eguali. Sembrerebbe che la qualità intrinseca del pensiero dei nostri artisti, la loro originalità e le innovazioni siano indubbie; ma parlando di Arte Contemporanea, se c´e´ un problema non è tanto di natura creativa quanto della difficoltà di arrivare a una sintesi che entri nel “sistema arte”. Le qualità sono indubbie ma di artisti incisivi non se ne vedono. Ci sono ma non si vedono.
La diffusione d´immagini, quindi la creazione di un gusto, è stata per secoli ad appannaggio della Chiesa (con una base forte in Italia). Ora questo flusso viene controllato dai media (e dai mercanti d´arte), come espresso da un recente, brillante saggio di David Hockney. Questa maggiore, libera veicolazione ha sviluppato il sistema-arte che permette oggi all´artista di avviare un programma relazionale a lungo termine e rivolgersi ad un pubblico più ampio di quanto crede o vede. Gli artisti italiani hanno mostrato difficoltà nell´adattarsi ad un modello-madre, indiscutibilmente funzionante non perché perfetto ma perché dimostrato dalla storia del secondo dopoguerra come l´unico capillarmente organizzato. Sono i risultati che lo rendono valido essendo i più celebrati artisti internazionali usciti da questo modello che, ironia della sorte, fu promosso e imposto proprio da un italiano, forse creativo quanto gli altri ma più ambizioso e con un senso spiccato del rischio che lo portò a voler aprire più e più porte. Leo Castelli, triestino trasferito a New-York, pose al centro del problema la questione della galleria, proseguendo e riadattando lo straordinario operato di Kahnweiler a Parigi, quasi un secolo prima. La galleria non solo come luogo dove offrire al proprio pubblico opere d’arte all’interno di un valido contesto critico, ma anche centro di produzione, di sostegno economico e morale dell’artista. Piattaforma più dinamica del museo, quindi maggiormente reattiva ai continui cambiamenti, ai nuovi stimoli di cui un secolo come il XX° è stato ricco come non mai. La galleria come una seconda casa, più bella, più ricca e vivace della propria, dove tutti ti sorridono, ti portano a cena la sera che ti senti solo o ti procurano dal Giappone quella matita che non avresti mai sognato, che nessuno ha e che ti renderà più esclusivo, più soddisfatto e forse anche un più bravo di prima. Ma la galleria soprattutto come struttura che ti segue a tempo pieno, ti consiglia o filtra le offerte ricevute, promuove il tuo lavoro anche presso le istituzioni pubbliche, etc.
L´italico senso di individualismo, la mancanza di pianificazione e l’organizzazione strozzata da un brillante senso d’improvvisazione, hanno concorso a impedire che questo modello prendesse piede in Italia come è invece successo in altri paesi. Italia paese di province forti, senza una città catalizzatrice capace di diventare un grande centro artistico, come negli Stati Uniti, Inghilterra o Francia. E’ storia recente, siamo testimoni di diverse realtà che coabitano, ma in Italia siamo generalmente molto lontani da come la macchina del mondo dell’arte funziona. Eppure ci sono gli ingredienti. Si sa che il vino italiano è generalmente superiore a quello francese. Se ne produce molto di più e costa di meno benche´ soggetto a regole piu´ ferree, ma il vino francese lo si trova dappertutto e vende molto di più.
A parte la carenza di strutture museali adeguate (Milano non ha ancora un museo però e´ il centro italiano più internazionale), l´Italia rimane priva di progetti d´investimento che facilitino un giovane artista a trovare uno studio (agevolazioni dalle accademie), a viaggiare (residenze all´estero) e presentare regolarmente il proprio lavoro nelle accademie o negli atenei. Mancano iniziative volte sia alla produzione che al riconoscimento, anche se appaiono piu´ pop. Prendiamo ad esempio il britannico Turner Prize. Ogni anno ciascuno dei quattro candidati espone per più di tre mesi presso la Tate, il più prestigioso museo d´arte moderna-contemporanea del paese. Il vincitore sarà annunciato in prima serata su Channel 4. E´ come se i quattro artisti che ho selezionato per S+ apparissero alle 21 in diretta su Rai 1 per contendersi il Premio De Chirico da 40,000 euro consegnato da Vasco Rossi. Roba da pazzi. Certo, non sempre la maggiore diffusione dell´arte corrisponde ad una sua democratizzazione ma intanto ogni anno il paese comunica al mondo quattro candidati in cui crede, e scusate se è poco. Gli sponsor non dovranno piu´ essere convinti e tutti ne gioveranno. In Italia ci sono oggi buoni artisti, con quell´ossessione e dolori di stomaco degni di un artista serio ma che non trovano la pista dove correre e rimangono in partenza fuori dal confronto (i luoghi che hanno capito e saputo applicare queste regole si contano sulle dita di una mano).
Per quanto possa sembrare ingiusto o limitante, esiste un gusto dominante che guida il mondo dell´arte e l´attuale generazione di artisti si è formata su canoni completamente estranei a quelli italiani. Gli americani figli di un diffuso benessere, della mall culture, dove l´idea di base è che tutti possono fare tutto e cio´ e´ incoraggiante e liberale ma lontano dalla nostra formazione culturale. Dove manca il talento basta sostituirlo con una buona dose di sfacciataggine e ostentata sicurezza o con la trovata giusta. Questi sono gli ingredienti del campionario stilistico del post-moderno che ha subito mutamenti dopo l´11 settembre, la guerra e la crisi economica. Un universo fatto d´ingredienti che non abitano il DNA italiano perché peculiare dell´americanismo, ai suoi cibi, ai suoi telefilm, ai codici del politically correct e alla loro condizione individuale di solitudine.
Ma il “modello Castelli”, per quanto efficace non è eterno, anzi è gia cambiato. Si e´ lentamente caricaturizzato dalla fine degli anni ‘90, con l’inizio del boom del mercato, dopo un decennio alquanto difficile. Con l´aumentare di figure dominanti sul mercato, più gallerie hanno cominciato ad occuparsi simultaneamente dello stesso artista, seducendolo nella speranza di ottenere le prime scelte, il massimo impegno, più opere, etc. L’artista si trova quindi corteggiato da piu´ gallerie attraverso il gioco del non detto, dialoghi sottili, interpretazioni… Tutto a  suo favore, ma nel breve termine, dato che sappiamo bene cosa poi succede e chi paga se si eccede nelle sopravalutazioni. Infatti questo modello per quanto aperto rimane spietato, prevedendo con naturalezza molti burnout che proprio adesso sono in procinto di essere buttati giù dalla torre. La crisi liberatoria sta arrivando.

INCONTEPORANEA DI FRANCESCO STOCCHI

Ott 20

di Francesco Stocchi per DiacoBlog

Musi lunghi fra gli stands di Frieze, la fiera d’arte contemporanea londinese terminata ieri. “E’ crisi, e’ crisi!” si sente dire ovunque ma invece ci sembra solo un lento ritorno alla normalita’ dopo anni di entusiamo sbarazzino intorno ad un operazione di usura dell’arte.

Tutti coloro (artisti, galleresti, case d’aste, critici) che promuovevano opere dal valore “a credito” si dovranno lentamente ridimensionare e hanno avuto la riprova durante questi 5 giorni. E’ andata invece meglio a quelle gallerie che hanno lavorato a lungo termine e non sulle ali di un vacuo entusiasmo. Bene anche la fiera satellite Zoo, con scelte innovative lontane dal timoroso garantismo di Frieze.

INCONTEMPORANEA DI FRANCESCO STOCCHI

Ott 13
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di Francesco Stocchi per DiacoBlog
LA SETTIMANA DELL’ARTE A LONDRA
Parte mercoledi la sesta edizione della popolare ed organizzatissima fiera d’arte londinese “Frieze” (16-19 ottobre, friezeartfair.com), che inaugura un fitto calendario di appuntamenti fieristici quali Parigi, Torino e Miami. Durante i 5 giorni della fiera, affollate inaugurazioni, incontri piu’ o meno pubblici, aste (di particolare rilievo le “Italian Sales” di Sotheby’s e Christie’s il 20 ottobre) e chicchissimi parties animeranno la capitale inglese in un contesto apparentemente immune dalla crisi finanziaria, per ora. Il direttore della Serpentine Gallery Hans Hulrich Obrist presentera’ per il terzo anno consegutivo il suo progetto di  ”maratona”: una serie di eventi che fondono l’aspetto sociale, ludico e quello adolescenziale della sfida contro se stessi (tanto amato) a contenuti artistici. Se nel 2006 vi furono 24 ore d’interviste (specialita’ di Obrist), nel 2007 una maratona di esperimenti in bilico tra arte e scienza, quest’anno la Serpentine presentera’ dal 18 al 19 ottobre la maratona di manifesti del XXI secolo (http://www.serpentinegallery.org/2008/05/park_nights_manifesto_marathon.html#fullschedule). Il tutto si svolge in un padiglione temporaneo che dal 2000 la Serpentine Gallery commissiona ad un nuovo architetto, costruito adiacente all’edificio principale, nel centro di Kensigton Gardens. Dopo Zaha Hadid, Oscar Niemeyer, Rem Koolhaas & Cecil Balmond, etc. quest’anno tocca a Frank Ghery che ha firmato edifici ovunque nel mondo ma non ancora nel Regno Unito. Un padiglione dall’uso eclettico, sia di transito che d’incontro, ispirato alle catapulte di Leonardo da Vinci, dice lui. Guarda le fasi della costruzione.

INCONTEPORANEA di Francesco Stocchi

Ott 6
di Francesco Stocchi per DiacoBlog
La mostra Jeff Koons presso il Castello di Versailles ha sollevato fiumi di polemiche (tanto per cambiare). Oltre ad aver irritato le istituzioni culturali francesi che accusano il re del kitsch di aver oltraggiato uno dei luoghi simbolo della Francia, da Le Monde piovono accuse di conflitto d’interessi. Il progetto della mostra risale al giugno 2007, quando l’ex ministro della cultura francese Jean-Jacques Aillagon era responsabile di Palazzo Grassi, quindi alle dipendenze di François Pinault, uno dei maggiori collezionisti di Koons e proprietario della casa d’aste Christies dove i prezzi dell’artista americano sono andati alle stelle. Ora Jean-Jacques Aillagon dirige la programmazione di Castello di Versailles e ha scelto Koons per inaugurare il dialogo Versailles-arte contemporanea. Il mondo dell’arte, come tanti altri campi, regge sulla fiducia frutto di relazioni (in questo caso anche piuttosto trasparenti), quindi le accuse di Le Monde sembrano alquanto faziose o prive d’interesse. Se poi Koons e’ la scelta giusta, questo lo decretera’ il pubblico.

“INCONTEMPORANEA” di Francesco Stocchi

Set 29
di Francesco Stocchi per “DiacoBlog”
QUANTO PIACCIONO LE POLEMICS (SOPRATUTTO SE INUTILI)
Inaugurata venerdi scorso la mostra Italics, Arte italiana tra tradizione e rivoluzione 1968 - 2008 a cura di Francesco Bonami. Le polemiche non sono ovviamente mancate. Kounellis si, Kounellis no. Zorian Music si, ma non c’è. Vedova no ma c’è al suo (rarissimo) meglio e De Chirico con il peggio del suo peggior periodo. Palladino per carità, Getulio Alviani chi è costui, e Fernando Melani più comunista o più artista comune? E chi si era dimenticato di Annigoni? Guttuso si rivela più un tradizionalista che un rivoluzionario e dov’è finito il leccato Plessi, profeta in patria? E il grande Mattiacci dov’è? E Nunzio? etc.etc.
Tanti interrogativi come è giusto che susciti una mostra che ripercorre gli ultimi 40 anni di arte italiana, da usare non come ricostruzione storica ma per contestualizzare l’operato dei nostri giovani artisti, per poi capirli e promuoverli come si deve. Ma molto prima di aprire Italics è già al centro di discussioni, criticata e definita come tendenziosa, revisionista, dal taglio antologico fazioso, incompleta, offensiva….. Tutte parole al vento, polemicucce che lasciano il tempo che trovano perché poco utili per instaurare un dibattito costruttivo. L’unica domanda da porci è se deve proprio essere una fondazione privata (per di più francese) e un museo statunitense -l’Art Institute di Chicago che ospiterà la mostra nel 2009- a produrre e promuovere una mappatura dell’arte italiana (quasi 250 opere di oltre 100 artisti degli ultimi 40 anni). Lo sguardo di Italics comincia là dove si fermava l’ultima antologica sull’arte italiana (Metamosphosis dal 1943 al 1968 di Germano Celant nel 1995). Anche in quel caso la mostra fu promossa da un istituzione privata (il Guggenheim di New York) e lo stato italiano a guardare.
Ministro Bondi le cose non cambiano. A quando una netta, trasparente separazione fra carriera politica e gestione museale?







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