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L’ISOLA CI CONSEGNERA’ UN BUSI REDENTO E NORMALIZZATO

feb 26

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di Pierluigi Diaco su il quotidiano “LIBERO

  • Grandioso! Spettacolare! Meraviglioso! Finalmente Aldo Busi, dopo anni di giravolte nelle saune e di interminabili eloqui in lingua volgare, ce l’ha fatta a farsi presentare da Raidue come “il più grande scrittore italiano”. Lo aveva concordato con gli autori, aveva imposto alla produzione di essere “offerto” al pubblico come il più importante narratore del nostro paese, poi si era preparato, già prima di partire, un “temino” su Haiti per accontentare gli amici del Manifesto, infine si era sincerato che la sua casa editrice facesse qualche ristampa degli ultimi libri. E’ andato tutto per il verso giusto, compresi lo spericolatissimo volo dall’elicottero che lo ha scaraventato sull’Isola dei Famosi e la fame di visibilità che, all’improvviso, è stata acidamente risarcita. D’altronde Busi, malgrado la sua apparente e scafata appartenenza al comunismo italiano che fu, è il più “berlusconiano” degli scrittori in circolazione. Vanesio, fanatico, permaloso, talentuoso, narciso, imprevedibile, Busi ha sempre usato la tv per esorcizzare il complesso di non essere mai stato riconosciuto per le sue piroette letterarie, ma solo ed esclusivamente per le sue provocatorie, beffarde e gustosissime esibizioni televisive.  Solo il cinismo diabolico di Simona Ventura poteva restituire a Busi quello che è di Busi: la tv. Lo scrittore, infatti, non ha mai desiderato veramente la stima e l’attenzione che solitamente meritano gli intellettuali, non si è mai sottratto sul serio alle lusinghe del successo popolare, non ha mai imparato ad essere meno venale di un opinionista, non si è mai del tutto liberato dai ricatti della suo organo genitale, ha creduto per tutta la vita di essere unico e irripetibile rinunciando perfino a fare i conti con Dio. Ha criticato e sentenziato dappertutto contro la cultura imperante, ignaro di esserne l’emblema più simpatico e convincente; ha sputato contro Silvio Berlusconi, imitandone, inconsapevolmente, la disinvoltura e l’epica dell’Io; ha attraversato le tempeste ormonali di centinaia di ragazzi alle prime armi, per poi condannare le pirotecniche peripezie del cuore di un Presidente del Consiglio alle prese con fanciulle “armate” e ambiziose. Ha sperato tutta la vita di essere amato e odiato con la stessa plateale passione con cui si apprezza e si detesta il Cavaliere, ma la sua letteratura non è arrivata al cuore della gente, e si è visto così costretto a pregiudicare se stesso, offrendosi, felicemente remunerato, ad una nuova illusione chiamata “Isola”.  Ma la tv, come è noto, è lo strumento più berlusconiano che esista,e non mi si venga a dire che la partecipazione dello scrittore al “reality” nasce dal desiderio di iniettare una manciata di cultura e una dose di “buon vocabolario” al suo interno. Busi è sull’Isola perchè quello è il suo posto, Busi fa la tv perchè è la cosa che sa fare meglio, Busi fa opinione perchè la considerazione che ha di sè è tragicamente comica, Busi diventerà una star del piccolo schermo perchè la sua scrittura si è sempre prestata meglio a sceneggiare se stesso. Evidentemente nelle prossime settimane il suo personaggio affogherà nel mare dell’ipocrisia televisiva, la sinistra italiana non mancherà di interrogarsi su uno dei suoi simboli più laterali, e anche stavolta il piccolo schermo consegnerà al paese un “oppositore” redento e normalizzato.

IL GAY MAICOL E L’EX DONNA GABRIELE NON SONO DIVERSI DAI VARI CECCHI PAONE

nov 10

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di Pierluigi Diaco su “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro

Che la Carfagna ce l’abbia con il Gf ci sta tutto: è un ministro, si occupa di pari opportunità, è una competente e affascinante icona del bon ton politico e fa il suo lavoro come si deve. Stupisce, invece, che il ruolo di moralizzatore lo faccia la comunità omosessuale italiana, a cui, a quanto pare, non va giù che gli autori del Gf abbiano inserito all’interno della Casa un gay dichiarato, Maicol, una ragazza con le fregole da maschiaccio, e un trans un po’ spocchioso ma sincero. Come è noto, il Gf non è un talk show e nemmeno un reportage, ma quanto di più squisitamente televisivo e commerciale si possa trasmettere sul piccolo schermo: mediocrità lessicale, modestia culturale, erotismo da caserma, pettegolezzo da bar, gossip da condominio. Tutti ingredienti, evidentemente, che aderiscono perfettamente alla società italiana e al pubblico televisivo, e che da sempre garantisco successo, visibilità, opinione, glamour. La tv risponde ad una regola ben precisa: raccontare cose verosimili è più intrigante e conveniente che raccontare la verità. D’altronde non è compito della tv popolare spacciare verità assolute, ma al contrario missione assoluta degli autori del Gf è iniettare all’interno dello show ingredienti umani che puzzino di vita, di società, di strada. Non importa che i modelli del Gf siano buoni o cattivi, credibili o no, perchè non spetta ad un programma tv educare e formare la personalità di un individuo, e nemmeno proporre esempi da seguire o da imitare. La tv intrattiene, monta la panna, semplifica, esorcizza, inventa e distrugge: è il suo bello, e la gente ha bisogno anche di questo. La gente urge di vite parallele, di sogni artificiali, di ambizioni semplici e moralità dissacrate. L’altro ieri il Direttore di Gay.it, Alessio De Giorgi, ha inviato una lettera al Gf sostenendo che Maicol non rappresenta tutti i gay che circolano fuori dalla Casa del Grande Fratello. Giusto! Ma nemmeno Luxuria, la Concia, Grillini e Cecchi Paone rappresentano dignitosamente i gay italiani, la maggior parte dei quali vive con sobrietà, pudore e semplicità la propria normalissima sessulità. Invece di prendersela con il Gf, non sarebbe il caso di fare autocritica e mandare nelle talk show “modelli” gay meno imbarazzanti, militanti, ideologici e retorici? Purtroppo la leggerezza è un valore poco praticato in Italia a tal punto da delegare al Gf compiti culturali da cui, fortunatamente, il reality show di sottrae con doveroso cinismo.

WALTER SOGNA ANCORA

ott 9

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di Pierluigi Diaco su “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro

Stavolta ai veltroniani non sono concessi errori e passi falsi. Veltroni, in questa fase, preferisce muoversi da solo, mantenere un profilo bassissimo e ai suoi l’ha detto senza giri di parole: «Niente polemiche, stiamo a guardare, non voglio emissari, gestisco personalmente tutti i contatti». Che vale a dire: non mi fido al 100% di voi, la gestione del Pd ci è costata cara a tutti noi, adesso ho più tempo libero e preferisco muovermi da solo. Walter contro tutti? No, al contrario, con tutti. L’agenda è fitta: escluse la consueta spesa al mercato e una quotidiana passeggiata a Villa Borghese, Veltroni entra ed esce da portoni importanti, recupera rapporti incrinati durante la sua segreteria, e siede nelle prime file di convegni, dibattiti e presentazioni di libri. Così come ha fatto sabato scorso al “Canottieri Aniene”, il vivacissimo circolo sportivo guidato da Giovanni Malagò. L’occasione era la presentazione di “Baaria”, il libro scritto da Pietro Calabrese con Giuseppe Tornatore. Al tavolo presidenziale ci sono Gianni Letta, Paolo Mieli, Malagò e i due autori. In platea, prima fila, un Veltroni sorridente, ma decisamente misterioso. A chi gli si avvicina per salutarlo, Walter conferma: «Sì, ci vediamo il 3 novembre. Vi Aspetto». Il 3 novembre? E cosa accade di tanto importante il 3 novembre? Intanto sarà passata già una settimana dalle primarie del Pd, che dovrebbero incoronare Pierluigi Bersani nuovo leader del Pd. E quindi quale periodo migliore per riposizionarsi sulla scena politica nazionale, se non subito dopo quel congresso e quelle primarie che manderanno definitivamente in soffitta l’idea di Partito Democratico tanto cara a Veltroni e Franceschini. Ma Veltroni vuole assolutamente evitare di passare ancora una volta come uno sconfitto, quindi meglio concentrarsi sul futuro e dare la sensazione di “guardare” a qualcosa di più grande, di più eccitante. Ecco fatto: il 3 novembre, sempre al “Circolo Canottieri Aniene”, il presidente della Camera, Gianfranco Fini e il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini presenteranno, ad una platea molto chic e poco radical, il nuovo libro di Veltroni, “Noi”. Insomma, per farla breve, per la prima volta Veltroni, Fini e Casini, coordinati con maestria orchestrale da Paolo Mieli, si presenteranno all’Italia come gli uomini del “buon senso”, gli unici ai quali l’Italia non ideologica e non ideologizzata dovrebbe guardare pensando al dopo-Berlusconi. L’ambizione è altissima, pericolosissima e non permette sbavature. Anche perchè, come è ormai noto ai più, anche Francesco Rutelli lavora alla medesima “svolta”, obiettivo “Grande Centro”, sostenuto silenziosamente da pezzi importanti della Segreteria di Stato Vaticana e corteggiato caldamente da Luca Cordero Di Montezemolo. Roba importante, tanta ciccia sul fuoco, nuovi sogni all’orizzonte, e ovviamente Veltroni non vuole certo trasferirsi a Nairobi e perdersi l’ultima occasione politica della sua vita: partecipare da protagonista alla prove tecniche di “governo di unità nazionale” o “governo di buon senso” o come preferite chiamarlo, qualora il Cavaliere si vedesse costretto a rassegnare le dimissioni e si andasse, così, alle elezioni anticipate. Ma la cosa più curiosa è che stavolta le prove tecniche rischiano di abbondare più di uomini in panchina che in campo, e ancora più difficile e spinoso sarà mettere tutti d’accordo sul nome dell’allenatore. Per ora sembra esserci la partita, ma basteranno Fini, Casini, Veltroni e Rutelli a formare una squadra credibile per il Paese? Walter pensa di sì, e il 3 novembre spiegherà le sue ragioni che, già a qualcuno, sembrano più che buone per ispirare la sceneggiatura di un film horror.

VI RACCONTO MICHELE SANTORO

set 26

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di Pierluigi Diaco su “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro

  • 29 Agosto 1996. Un dirigente Rai, molto vicino a D’Alema, si lascia andare ad una gustosissima dichiarazione:  “Ci siamo liberati di un divismo eccessivo”. Il riferimento è a “Michele Chi?” (definizione coniata dall’allora presidente della Rai Enzo Siciliano) che da lì a poco trasferirà armi, bagagli e portafogli in casa del Biscione. Tant’è che Francesco Storace, in quegli anni mastino di ferro di An, dichiara sornione: “Ci voleva la Rai dell’ Ulivo per cacciare Santoro”. Il contrasto fra una certa sinistra e l’ inventore di “Tempo reale” deflagro’ quando l’ ex presidente della Rai Moratti propose Santoro alla direzione di Raitre. Era la contromossa per stoppare la prima offerta della Fininvest, che corteggiava Santoro già da un anno. L’allora direttore generale della Rai Minicucci si oppose e cosi’ a Santoro fu dato il “contentino” della vicedirezione ad personam. Il conduttore se ne ebbe a male con Massimo D’ Alema, troppo freddo nel sostenerlo e nel “sponsorizzarlo” come “Michele Chi?” avrebbe voluto e- secondo lui- meritato. E la leggenda vuole che per questo Santoro si vendico’ quando ebbe ospite il segretario del Pds, continuamente interrotto in diretta dagli altri ospiti. Poi le cose sono andate a finire come tutti sanno: l’azienda di proprietà di Silvio Berlusconi fa un contratto triennale (1996-1999) a quello che nel tempo sarebbe diventato “Don Santoro”, facendolo godere di assoluta libertà per il suo  programma ‘Moby Dick’” . Anzi, va ricordato che con parte del denaro intascato dall’azienda del Cavaliere, Santoro aprì perfino un ristorante nel centro storico, ma la vita da ristoratore fu brevissima per mancanza di clienti e di amici affammati. Sono passati molti anni, Michele è cresciuto professionalmente e ha creato una squadra vivace e scafata di collaboratori e professionisti del reportage televisivo, ma dal punto di vista umano non solo ha deluso vecchi amici e sostenitori come Peppino Caldarala, ma rischia perfino di deludere se stesso e la propria coscienza, buttando nel cesso uno dei sentimenti più nobili dell’essere umano: la gratitudine. Sì, la gratitudine verso Berlusconi e pure verso Veltroni. Verso il Cavaliere e verso quel Pci dove Santoro ha studiato l’autoritarismo delle idee e la dittatura delle opinioni. Fortunatamente in circolazione c’è ancora un bel libro di Michele De Lucia,  ‘Il Baratto’ (ed. Kaos), che si rivela l’unico e documentatissimo resoconto di come le intese più o meno larghe fra l’allora comunista Walter Veltroni e Berlusconi siano iniziate già 24 anni fa. Nell’autunno ‘84, infatti, mentre ufficialmente il Pci strepitava contro lo “strapotere del piduista”, Achille Occhetto e Veltroni incontrarono segretamente Berlusconi. Da un anno l’appena 28enne “WalterEgo” era stato nominato capo della sezione Comunicazioni di massa del Dipartimento propaganda e informazione, che per il Pci erano un tutt’uno. E Occhetto era il suo diretto superiore. Nell’agosto ‘84 la Fininvest aveva comprato per 135 miliardi dalla Mondadori il terzo dei suoi canali, Retequattro, salvandola dal fallimento. E Veltroni aveva tuonato: “Stiamo assistendo a un pesante attacco che tende a consegnare l’intero settore dell’emittenza privata nelle mani di uomini implicati nella P2 come Berlusconi”. Indignazione pubblica, ma trattative private. Come del resto è sempre accaduto anche negli ultimi anni ogni qual volta il centrosinistra ha tentato, invano e senza una reale volontà politica, di risolvere con unal legge il conflitto d’interesse del Cavaliere. De Lucia infatti ricorda che lo stesso Occhetto rivelerà, anni dopo, l’abboccamento segreto con Berlusconi: “L’incontro – un po’ carbonaro – avviene in un’imprecisata ’sera settembrina’ del 1984, in un salotto di piazza Navona non meglio specificato, né si sa chi sia l’organizzatore-padrone di casa”. Lo staff di Berlusconi è al completo. “Bravi, svegli e manager”, li definisce Occhetto. Il Pci ha appena effettuato il suo primo (e ultimo) sorpasso sulla Dc alle europee: 33,3 per cento contro il 33. “Walter e io siamo gli esponenti del più forte gruppo politico d’opposizione”, racconta Occhetto. “Non che non li conoscessimo. Walter ha avuto dei contatti con un esponente del gruppo Fininvest presente all’incontro, ma li ha interrotti perché diffidavamo”. La Fininvest propone: “Si potrebbe affidare alle reti pubbliche tutta l’informazione, mentre noi trasmetteremmo e produrremmo spettacolo. Ci interessa soprattutto la fiction”. Occhetto guarda Veltroni e dice: “Ma questa, Walter, è la tua proposta o sbaglio?” “Sì, in realtà è proprio quella”. Insomma, il messaggio di Veltroni è chiaro: mollate Craxi, e smetteremo di attaccarvi. Berlusconi ringrazia: “Mi fa caldo al cuore l’idea che il Partito comunista, da tempo ormai, si apra alla considerazione di queste realtà con tanto senso concreto, con tanto senso pragmatico…” Bene, comincia in quegli anni la più sensuale, perversa, divertente e pericolosa forma di consociativismo mai vista nella storia della Repubblica, quella che porta Berlusconi ad essere il capo indiscusso della tv commerciale italiana e che regala al Pci l’opportunità di poter costruire una rete televisiva a sua immagine e somiglianza: Raitre. Bene, il resto è noto a tutti. Raitre diventa negli anni lo spazio franco e il teatro sperimentale delle piroette di Michele Santoro, e lui, ingrato, non solo affina il suo rancore verso chi l’aveva segnalato e sponsorizzato, ma matura una forma di fanatismo eccezionale tale da consentirgli di indossare l’abito più suggestivo e artificiale che un giornalista possa sfoggiare: quello dell’eterno epurato. Bene, ora la domanda è molto semplice: può un giornalista, che per anni ha goduto di protezioni politiche e che ha incassato denaro dalle aziende dall’attuale Premier, partecipare ad una manifestazione sulla libertà d’informazione? Può un giornalista, che è il prodotto più riuscito del rapporto tra Rai e politica, scendere in piazza per chiedere alla politica di farsi più in là? No,  che non può. Anzi può, se il suo nome è Michele Santoro.

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