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D’ALEMA, A REGGIO CALABRIA, SI SENTE IL PADRONE DEL PD. E MANDA AL DIAVOLO IL ” FRU FRU” DI WALTER

Set 6

Il governo del Partito democratico sarà pure ombra, ma gli scontri interni, quelli, ormai avvengono decisamente alla luce del sole. Mal di pancia talmente dolorosi, che neppure una buona dose di Buscospan riuscirebbe a calmare. Sentite Arturo Parisi: «Il totale dei trecento giorni di Veltroni porta il segno meno, i cento giorni di Berlusconi sembrano avere il segno più. Veltroni impari da Berlusconi a tenere un filo e svolgerlo nel tempo. Il Cavaliere ha imparato dai suoi errori e dovremmo imparare anche noi». E come se non bastasse aggiunge: «Il mio giudizio sul governo ombra è quello di una scommessa al momento mancata. All’inizio ho pensato che poteva essere utile ma, dopo tre mesi, il bilancio è quello di un’esperienza fallimentare». E Veltroni? Pacatamente, serenamente gli risponde così: «Il giorno in cui Parisi utilizzerà un quarto delle sue energie per attaccare la destra sarà un giorno in cui io sarò contento». Uno a uno e palla al centro.
I panni sporchi è giusto lavarli in famiglia, avrà pensato l’ex ministro della Difesa, e allora quale migliore occasione se non la Festa del Pd a Firenze per “tessere le lodi” del vecchio caro amico Walter, che in quello stesso momento si trovava alla festa Ecodem a Pontelagoscuro? E mentre i Sandra e Raimondo del Partito democratico erano intenti a darsele di santa ragione, a Reggio Calabria D’Alema, intervenendo alla convention “Med.fest” organizzata dal movimento “A testa alta per la Calabria” (corrente interna al Pd calabrese che fa capo al presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova) se la rideva di gusto, ma sempre attento a non destare troppi sospetti. Baffino, infatti, prima accusa Parisi di «giudizi ingenerosi» e poi, con straordinaria abilità diplomatica, risponde così ai giornalisti che gli chiedono se la sua Red (Riformisti e Democratici) è di fatto una nuova corrente all’interno del Pd: «La domanda mi lascia interdetto. Non abbiamo creato nessuna corrente. ReD è un’associazione culturale a cui hanno aderito anche molte persone e molti giovani che non sono iscritti al Pd. Quindi, non capisco come una persona che non fa parte di un partito possa invece aderire a una corrente. In questo momento il Pd sta lavorando per rilanciare la sua azione e approfondire la sua riflessione sulla società italiana. E’ normale che quando una forza politica perde le elezioni discute e cerca nuove vie». Nuove vie, appunto.
In attesa che la “Walterloo” si abbatta sul Pd, quel vecchio volpone d’un Massimo sfodera pian piano gli artigli, in un classico giochetto da gatto col topo, che alla fine vedrà soccombente il dormiente Walter Veltroni. Un copione già visto, che ha come prim’attore baffino che, col solito sorrisetto ironico, sottolinea chi è realmente il padrone della sinistra. Basta sentire il tipo di partito che ha in mente: «Un moderno partito deve essere fatto di persone vere, non un partito “fru fru” come ha detto Franco Marini, in una battuta che condivido. Abbiamo bisogno di un grande partito dentro il quale ognuno di noi è chiamato a dare il proprio contributo. Dobbiamo costruire una forza che sia anzitutto una grande organizzazione radicata in ogni parte del Paese, con circoli e tessere». Chiaro no?
Nel frattempo al capezzale di Veltroni accorrono, nell’ordine, Fassino, Francesco Rutelli, Giorgio Tonini, Dario Franceschini e Giorgio Merlo, per ribadire che non esiste nessuna crisi interna al Pd. Un po’ come quel ministro dell’informazione iracheno che smentiva l’entrata dei soldati americani a Baghdad, proprio mentre alle sue spalle sfilavano carri armati e blindati a stelle e strisce. Sappiamo tutti, poi, come è andata a finire…

di Domenico Malara per DiacoBlog

IL LEADER MAXIMO D’ALEMA SILURA MINNITI

Set 5

Reggio Calabria 5 Settembre 2008

“Chiudete la porta, c’è corrente” avrà sbottato Veltroni, infastidito dagli spifferi che arrivano da sinistra. E il buon Walter ci sarà rimasto davvero male quando gli hanno detto che ad aprire la porta era stato il suo amico D’Alema. Il leader Maximo, però, ha messo subito le mani avanti per precisare che lui non vuole per nulla rompere le scatole a Veltroni. Tipico caso di excusatio non petita, accusatio manifesta. Baffino non ha lasciato nulla al caso e anche nel nome, anzi nell’acronimo, la corrente dalemiana riporta ai fasti di un passato prossimo mai dimenticato: ReD, che sta per riformisti “ma anche” (avrebbe detto il buon vecchio Walter) democratici. Un nome che è tutto un programma, anche per i daltonici. Non è un caso che i “ReD boys” sono tutti prodiani trombati, a cominciare da Paolo De Castro, dall’ex Ppi Nicodemo Oliviero e dagli ex Ds Pierluigi Bersani, Livia Turco e Michele Ventura. Se non siamo al gelo, in casa Pd, poco ci manca. E a voglia che i dalemiani ripetano che ReD “non è una corrente ma una risorsa”. Forse non sarà una corrente, ma di certo tira una brutta aria, decisamente pesante. Oggi il “Massimo D’Alema ReD tour” sbarca a Reggio Calabria dove parteciperà al “Med-fest - Mezzogiorno e saperi”, una quattro giorni di dibatti promossa da “A testa alta per la Calabria”, la corrente interna al Pd calabrese che fa capo al presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova. Proprio da Reggio D’Alema e Bova sigleranno un patto d’acciaio per radicare la corrente dalemiana in Calabria. Ma allo stesso tempo è il conto, salato, che leader Maximo presenterà al suo ormai “ex” delfino Marco Minniti. In grande segreto Bova e D’Alema si sono cercati, hanno flirtato e alla fine tra i due è scoccato l’amore. E Marco? Potrebbe sempre fare “l’amante ombra” di baffino…

di Domenico Malara per Diacoblog

LA BARCA DI D’ALEMA HA IL VENTO IN POPPA

Giu 12

C’è poco da fare. Veltroni le sta tentando tutte, ma dentro il Pd si respira l’aria di chi sa che tra poco si chiude bottega: gli ex Ds sono rimasti uguali a loro stessi, e gli ex militanti della Margherita si sentono ancora petali dello stesso fiore. Presto, molto presto, ci sarà la resa dei conti. Il funerale del Pd è vicino? Intanto la barca di D’Alema ha il vento in poppa.

I giovani della rivoluzione?

Gen 3

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Benvenuti sul mio blog.

Voglio subito partire con una riflessione che ho mandato agli amici di Affari Italiani. La discussione continua sul forum di Affari Italiani, diretto da Angelo Maria Perrino e sul blog di Paolo Liguori.

L’estate scorsa il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, in un’intervista rilasciata ad un settimanale, lamentava uno scarso impegno politico da parte della generazione a cui appartengo e rivendicava positivamente, quindi, la stagione del ‘68 di cui la sua generazione si è resa protagonista. Ne seguì un dibattito autoreferenziale, appassionante solo per i soliti ex.

Purtroppo la “Molle Gioventù” di cui faccio parte, quella dei trentenni per capirci, si è sottratta alla discussione, dimostrando ancora una volta di essere incapace a prendere di petto la politica e la storia del paese.

Una debolezza intellettuale e culturale, quella dei trentenni italiani, che quotidianamente ho modo di certificare nel filo diretto radiofonico che tutte le notti conduco su Rtl 102.5.

Voglio subito essere chiaro: non credo affatto che il ‘68 abbia prodotto nella società e nella politica una rivoluzione tale da offrire a tutti, soprattutto ai più giovani, l’opportunità di valorizzare il proprio talento e le proprie risorse personali.

Quella stagione si è resa protagonista evidentemente di un fanatismo politico e culturale che ha saputo esprimersi perfino con la violenza delle parole e delle armi. Al contrario, la nostra generazione, apparentemente più apatica e disillusa, si batte tutti i giorni, magari in silenzio e senza la forza di un movimento politico rappresentativo, affinchè negli ambienti di lavoro, la meritocrazia, il talento e la passione prevalgano sulla spartizione partitocratica che la generazione di D’Alema, cioè la stessa che ha avuto il privilegio di vivere il ‘68, ha imposto pesantemente, negli ultimi quarant’anni, in tutte le aziende pubbliche italiane.Nel nostro paese, migliaia di giovani laureati e non, combattono quotidianamente, se pur senza un’adesione completa ad un partito, per cambiare o almeno modificare le logiche di un sistema che la generazione del ‘68 ha contribuito ad alimentare e sostenere.

Noi siamo un’altra cosa, e semmai dovessimo decidere di organizzarci per combattere contro qualcuno e quindi per il miglioramento della nostra qualità della vita, sicuramente non troveremmo, nella generazione dei D’Alema, dei complici, ma dei nemici anche un po’ ipocriti. Questo però non giustifica affatto la mediocrità politica e culturale della “Molle Gioventù”. Alla radio ricevo, tutte le notti, centinaia di sms e telefonate di ragazzi e ragazze già “stanchi”, disillusi, sconfitti, tristi.

Le loro voci hanno un tono agrodolce, alcuni sono anche non privi di buoni argomenti, altri teneramente conviti che “la società non ci offre spazi per emergere”, altri ancora sofferenti perché “non possiamo accedere ad un mutuo per comprarci la casa”.

Quella che emerge, ogni notte, è soprattutto una pericolosa e quasi vigliacca paura nei confronti della politica. I giovani italiani non conosco il potere, non sanno cosa significa, non masticano la materia, ne hanno timore, lo contrastano con automatismo generazionale, ma soprattutto non hanno nessuna buona ragione per credere che un giorno il potere e la responsabilità potrebbero anche toccare a loro.

Certo la generalizzazione è un rischio che si corre quando si parla di una categoria così vasta, allegra e gioiosa come quella dei ragazzi sotto i trent’anni, ma non c’è dubbio alcuno che in giro non si sente fame di vita, di esperienza, di sogno.

I migliori della mia generazione sono pronti solo a giocare la partita esclusivamente da soli, in un overdose di indivualismo acuto.

E pensare che basterebbe una gesto simbolico e di rottura per cambiare marcia: smettere di fare i “padri” e le “madri” dei nostri genitori insoddisfatti e frustrati, e cominciare a prenderli a schiaffi, costringendoli a tagliarci finalmente quel cordone ombelicale che ancora ci lega maledettamente a loro.


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