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I NANETTI DELLA SINISTRA

dic 22

I nanetti della sinistra stan vivendo, da mesi, tranquilli nel loro paesino quando uno di loro dice che nella caverna sotto la montagna, detta La Stanza di Max, c’è un grandissimo tesoro. I nanetti decidono di andare a prendere il tesoro ma una volta arrivati ad aspettarli c’è un affamato orco cattivo (detto D’ALEMA). L’orco ha molta fame ma essendo anche un gran birbone vuole giocare un po’ con i nanetti. Decide di proporgli un gioco crudele e con cui pensa di mangiarseli tutti; dice ai nanetti che si dovranno mettere in fila indiana e gli verrà messo in testa un cappello. I cappelli possono essere rossi o blu. Partendo dal fondo ogni nanetto a turno dovrà indovinare il colore del proprio cappello; se indovina viene lasciato vivo altrimenti viene mangiato. Per indovinare il colore i nanetti non possono parlare ma devono alzare una paletta o rossa o blu. Quando la alzano l’orco legge a tutti gli altri la risposta ad alta voce ma con tono sempre uguale. Ogni nanetto può vedere tutti i nani davanti a lui ma non quelli dietro a lui. I nanetti si consultano e decidono di giocare. Quanti nanetti si salvano? Chiedere a Paolo Ferrero.

di Pierluigi Diaco su “Il Foglio”

IL SANTINO DI D’ALEMA BY RONDOLINO

apr 20

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di Fabrizio Rondolino per “La Stampa”

Massimo D’Alema è l’ultimo hegeliano in un mondo politico new age attraversato e divelto dal peggior irrazionalismo. La sua proverbiale arroganza, l’insofferenza per la superficialità, l’antipatia per il giornalismo dei retroscena che ignora la scena, scaturiscono dalla convinzione che il reale sia complesso e articolato, e richieda uno sforzo della ragione per poter essere afferrato e compreso; e che sia precisamente in questo sforzo – in questa «fatica del concetto» – che la ragione percorre il cammino inverso tornando nella realtà, e dunque diventando prassi, azione, trasformazione.Maneggiare la complessità con gli strumenti della ragione è il lavoro di DAlema, la sua cifra e il suo maggior limite, nonché la causa principale tanto del disprezzo quanto dell’ammirazione che il personaggio è capace di suscitare in misura assai maggiore del potere reale di cui dispone (DAlema compie sessant’anni senza incarichi di partito, né parlamentari, né sovrannazionali: è, tecnicamente, un peone). Il comunista italiano che è diventato presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e che potrebbe un giorno diventare presidente della Repubblica, è un uomo decisamente complesso, la cui passione per la politica è soltanto una forma – la predominante, la pubblica – di una passione intellettuale e sentimentale per la natura e l’intelletto umani. Come ogni intellettuale, D’Alema riserva alla sfera dell’interiorità le passioni più violente e le confessioni più intime; ed è proprio la ricchezza interiore, non l’indubbio professionismo, a dare al personaggio quella «marcia in più» che sovente sorprende. Il rapporto fra DAlema e il mare, per esempio, è un rapporto sentimentale e privato – e dunque, nel mondo d’oggi, appare sgradevolmente aristocratico. DAlema non va in barca per ricevere gli amici, fare affari o abbronzarsi: ci va perché il telefonino non prende. Il mare di DAlema è il silenzio della bonaccia e il fischio rauco del vento, l’orizzonte aperto e la solitudine, la violenza indifferente della tempesta e il volo radente dei gabbiani.Nella vita di DAlema le donne hanno una centralità assoluta e indiscussa. Dalla nonna paterna, maestra elementare (pare) di grande severità e rigore, alla madre, presto soprannominata dai figli «il Generale»; dalla moglie Linda Giuva alla figlia Giulia, che si dice abbia il padre sotto assoluto controllo: le donne di DAlema non sono soltanto donne intelligenti, o indipendenti, o con una vita lavorativa propria: esprimono prima di tutto un principio di autorità, di coesione e di sicurezza al cui interno si costruisce lo spazio della famiglia – che per DAlema, in questo assai meridionale, è comunità indistruttibile e sacrario inviolabile. C’è dunque un forte elemento femminile, che per dir così controbilancia il «maschilismo» della tradizione comunista. E forse è per questo che DAlema è da sempre incuriosito dal pensiero taoista, il cui cuore è una concezione non-dualistica (e dunque intimamente complessa, non lineare, interdipendente) della realtà. Sun Tzu, secondo cui «sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità», insegna nella sua Arte della guerra come al centro della strategia ci sia il posizionamento. L’abilità consiste nel trovare il luogo e il tempo giusto in cui collocarsi; poi, accada quel che deve accadere. È in questa cornice, ancorché simbolica e un poco immaginifica, che va collocato il problema del potere. DAlema ne ha una visione, di nuovo, fortemente intellettuale. L’istinto combattente del giovane campione di Risiko! che ascende rapidamente nella nomenklatura del Pci si è stemperato nel corso degli anni in una qualche forma di rassegnazione. Difficilmente oggi DAlema si farebbe rimproverare da Berlinguer, come gli accadde quando, in coppia con Andreotti, sistematicamente batteva a scopone scientifico l’allora presidente Pertini durante il volo che portava i quattro ai funerali di Andropov. Oggi DAlema probabilmente lascerebbe vincere il presidente. Il potere infatti è forma, simbolo da esibire, rito da officiare: non è mai esibizione; è auctoritas (o, gramscianamente, egemonia), e non imposizione o rapina; in fin dei conti, non è neppure vittoria o sconfitta. Bisogna tener presente un dettaglio fondamentale: il giovanissimo pioniere che Togliatti, secondo un aneddoto mai confermato, avrebbe definito per la tanta sapienza «un nano, non un bambino», si è poi ritrovato a giocare la sua partita in un campo da gioco sconvolto dal crollo del Muro e dal terremoto di Tangentopoli. Figlio del partito, DAlema diventa adulto mentre i partiti si sbriciolano. Naturalmente, molto spesso la realtà si discosta dai suoi modelli teorici, tanto più se raffinati, e dunque a DAlema è capitato spesso di passare per (o di essere effettivamente) il guastatore, il giocatore d’azzardo, o il «mercante fenicio» (come una volta lo definì l’Avvocato, che per altro lo stimava non poco). Gli avversari sostengono che sia più bravo a distruggere che a costruire, ma si potrebbe obiettare che il primo Ulivo – l’unico che vinse abbastanza da governare per cinque anni – fu opera sua, dal pranzo a Gallipoli con Buttiglione fino alla «creazione» di Prodi insieme a Beniamino Andreatta. Più vera è invece una certa ingenuità – ne ha parlato qualche volta la madre, nelle poche interviste che era costretta a rilasciare -, che a volte rasenta la sprovvedutezza. Del resto, DAlema sembra evitare con accanita meticolosità ogni tentativo di rendersi simpatico; o meglio, il piacere di una battuta tagliente, di un guizzo dialettico, di un repentino sfoggio d’intelligenza spesso vanificano le sue più brillanti strategie. Ad una giornalista che gli chiedeva: «Posso farle una domanda?», DAlema un giorno rispose: «L’ha già fatta». Buon compleanno, presidente.

VELTRONI SI DIMETTE. BERSANI “GIOCA” A FARE IL SEGRETARIO. ZINGARETTI SCALDA I MUSCOLI, E D’ALEMA PENSA A CASINI “LEADER” DEL CENTROSINISTRA. E’ CAOS!

feb 17

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Walter Veltroni conferma le sue dimissioni da segretario del Pd. La notizia e’ stata data ai giornalisti dal portavoce del partito, Andrea Orlando. L’annuncio e’ avvenuto nel salone d’ingresso della sede del Pd affollato di decine e decine di giornalisti, operatori tv in attesa dei risultati del coordinamento del partito. Il segretario Veltroni – ha detto Orlando – mantiene le dimissioni e domani spieghera’ le motivazioni. Sempre domani il vicesegretario, Dario Franceschini, illustrera’ il percorso che ora si apre al partito. Pierluigi Bersani, come è noto, si muove già da “segretario”, e prepara la sua candidatura. Due autorevoli dirigenti del Pd, ex Ds, punterebbero invece su Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma. La faccenda, però, si complica: non è escluso che in questa fase, prima che venga scelto il nuovo leader del Pd, la responsabilità passi nelle mani di un”reggente”. Intanto Massimo D’Alema avrebbe le idee chiare: Casini “leader” del nuovo centro-sinistra, stavolta rigorasamente con il trattino. E’ Caos!

Il vicesegretario del Pd, Dario Franceschini, ha convocato per domani mattina alle 8.30 il coordinamento che dovra’ decidere i passaggi successivi alle dimissioni da segretario di Walter Veltroni. Le ipotesi in campo, delle quali si sta discutendo in queste ore, sono di convocare al piu’ presto l’assemblea costituente, unico organismo legittimato ad eleggere un nuovo segretario del Pd, in deroga a quanto prevede lo statuto che dispone il ricorso alle primarie per la scelta delle candidature e, quindi, l’elezione del segretario. A quanto si apprende, sarebbe questa l’ipotesi piu’ accreditata, anche se nella riunione del coordinamento di questo pomeriggio c’e’ chi ha chiesto un passaggio formale anche in direzione nazionale. L’imperativo, spiegano fonti Pd, e’ comunque di fare presto, di non lasciare il partito troppo a lungo in una fase indeterminata e senza guida. Dunque, sara’ convocata al piu’ presto l’assemblea costituente, chiamata ad eleggere un segretario provvisorio con il compito di portare il partito alle elezioni europee ed amministrative della prossima primavera e al congresso del prossimo autunno. A quanto si apprende, tra le ipotesi inizialmente circolate c’era anche quella di una gestione collegiale transitoria, ipotesi pero’ scartata dai piu’. Stesso discorso per il congresso anticipato, strada che non ha trovato terreno fertile in nessuno dei componenti del coordinamento, anche per problemi di tempi e di tesseramento, ancora non ultimato.

DOPO VELTRONI, SARA’ ZINGARETTI IL LEADER DEL PD?

feb 5

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di Pierluigi Diaco per “Novella 2000″

È il fratello più piccolo del Commissario Montalbano. Nicola Zingaretti ha quattro anni meno di Luca, ma in politica è più famoso del poliziotto Tv. Presidente della Provincia di Roma, di area Pd, Nicola risponde quotidianamente ai visitatori della sua pagina Facebook che gli chiedono di scendere in campo come futura guida del partito e tagliare il cordone ombelicale con i “padri” nobili Walter Veltroni, Massimo D’Alema e Goffredo Bettini.
Presidente, ho notato la scorta di D’Alema sotto la sua abitazione. Voi due siete divisi da pochi metri. Discutete delle sorti del Pd nel bar sotto casa?
«No, no. Diciamo che non c’è una vita di quartiere che ci unisce, però frequentiamo gli stessi negozi. E poi non sono 100 metri a dividerci, ma un semaforo».
Non mi dica che il Pd è diviso pure nella via dove abitate.
«No, nella nostra via è unito. Almeno qui controlliamo il territorio».
Nostalgia dei tempi in cui D’Alema era l’autorevole leader del Pds/Ds e lei una promessa del partito?
«Solo il ricordo di bellissime esperienze. La prima manifestazione a cui ho partecipato a Piazza del Popolo, che poi non si fece perché lo stesso giorno ci fu l’attentato al Papa, risale agli anni del liceo. Negli anni non mi sono sottratto alle responsabilità: ho guidato la Sinistra Giovanile, sono stato 4 anni a Vienna come Presidente dell’Internazionale Socialista, poi ancora il Parlamento Europeo. Ho contribuito alla costruzione del Pd e so che con la nostalgia non si va da nessuna parte. E non dobbiamo perderci nel vizio di difendere identità che ora non esistono più».
Si, sì. Tutto nuovo. Ma qui a forza di novità si rischia di cambiare leader. Anche lei vuole candidarsi a sostituire Veltroni?
«No, no. Il tema della leadership è un tema a cui si appassionano solo i giornali. I dirigenti del Partito hanno il solo compito di mettersi al servizio di un’idea, di un progetto. Il motore della politica non può essere il mestiere, ma le idee».
Aiuto! Che la politica non deve essere un mestiere è una frase di Veltroni e di Prodi. Anche lei pensa di ritirarsi in Africa prima o poi?
«No, non ho progetti di questo tipo».
Insomma, non possiamo dire che lei faccia il politico di professione. Suo fratello Luca, però, ha cominciato a fare politica prima di lei. Questo si può dire?
«Sì. Luca, da ragazzo, è sempre stato su posizioni più radicali e intransigenti delle mie. Lui militava nel Partito di Unità Proletaria di Lucio Magri. Io per lui ero “un secchione di destra”, nel senso che avevo una visione più morbida della società. Comunque, siamo sempre stati molto uniti e molto complici».
Vi scambiavate di più i vestiti o le ragazze?
«Fisicamente non siamo mai stati simili, quindi non ci scambiavamo i vestiti. Lui da piccolo era molto più atletico di me. Per quanto riguarda le donne… lui era sicuramente un seduttore, io molto meno. Ma non abbiamo mai frequentato le stesse ragazze. Del resto io sto con Cristina da quando avevo 18 anni».
Insomma, suo fratello era uno sciupafemmine e lei già “ammogliato” a 18 anni. Personalità molto diverse.
«Ma molto complici. Non abbiamo mai avuto la stessa comitiva. Diciamo che avevo orizzonti diversi».
Ma lei avrà pure avuto le sue armi di seduzione con il genere femminile.
«Mah, sono sempre stato me stesso. Poi non dovrebbe certo chiederlo a me, ma a quelle che ho sedotto».
Tante?
«Poche».
Anche ragazze di destra? In quegli anni c’era il Fronte della Gioventù.
«Non ho mai chiesto alle ragazze la loro appartenenza politica. Magari mi sarà pure capitato di avere a che fare con ragazze di destra, ma sicuramente a mia insaputa».
Insomma Cristina è stato è ed è l’unico amore della sua vita.
«Non c’è dubbio alcuno. Ci siamo messi insieme che eravamo giovanissimi. Poi più volte ci siamo lasciati e rimessi insieme. Ci conosciamo benissimo, ci vogliamo bene, ci siamo sempre cercati. Tutta la vita. E con l’arrivo delle bambine tutto è diventato ancora più bello. Da quando sono diventato padre ho avuto la sensazione netta di come possa cambiare la gerarchia delle cose importanti. Ora al primo posto ci sono loro».
So che è diventato un mito tra le mamme del quartiere. La vedono tutte le mattine portare le figlie a scuola.
«Guardi, è un grande piacere. Ma è anche una cosa che mi sono imposto. Non prendo impegni la mattina, prima di non avere assolto a questo compito. Accompagno le bambine rigorosamente a piedi. È una bella passeggiata, in cui parliamo di tutto».
La sera, sul divano, sono loro a scegliere cosa guardare in Tv o accendete il televisore solo per guardare il Commissario Montalbano?
«Se c’è Luca lo guardiamo tutti. Quando non c’è, diffilmente accendiamo la Tv. Io non sono un divoratore dei programmi di intrattenimento, ma nemmeno dei talk show politici. A casa, però, siamo tutti appassionati di cartoni animati».
Oppure risponde ai messaggi su Facebook. Proposte indecenti?
«Ma no. Uso Facebook solo per confrontarmi e sottoporre al giudizio della gente i miei punti di vista».
Guarda il sito gossip Dagospia?
«Ogni tanto. Mi divertono di più i video amatoriali su You Tube: dalle feste private di compleanno alle vittorie delle squadre di calcio dilettantistiche. You Tube è il vero reality. Poi vedo il Corriere.it, Repubblica.it, Current.tv, e poco altro. Ma ho un’altra vera grande passione».
Ci dica.
«Cucinare: mi rilassa. Mi piace fare arrosti, il pesce e le paste. Il mio punto di riferimento è Jamie Oliver, un giovane chef che cerca di far amare agli inglesi la buona cucina».
Anche suo fratello ama la buona cucina. E Luisa Ranieri.
«Con Luca e Luisa ci vediamo abbastanza spesso, mangiamo insieme e parliamo di tutto. Luisa è una donna solare e simpatica. Ci vogliamo bene».
Ha qualcosa più delle colleghe Tv?
«Luisa è speciale, soprattutto perché è una carica di buon umore. Poi è intelligente e ironica».
La colonna sonora delle vostre cene casalinghe?
«Ascoltiamo di tutto. Io apprezzo molto Cesare Cremonini, gli Zero Assoluto, i Subsonica e Jovanotti».
Presidente, le passioni non mancano. Se va male in politica, aprirà un ristorante?
«È una buona idea, no?».


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