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NUOVI MITI

Apr 28

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Si moltiplicano a Palermo i murales con il volto del boss trapanese Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993 riprodotto come in una vecchia fotografia con indosso un paio di occhiali.

Ma chi è Matteo Messina Denaro?

Figlio di Francesco Messina Denaro, soprannominato “Don Ciccio”, storico capo del mandamento di Castelvetrano, prima della latitanza, risultava lavorare come campiere nelle terre di una delle più potenti famiglie di imprenditori siciliani: la famiglia D’Alì. Matteo impara, in fretta le abitudini mafiose. Sin dall’età di quattordici anni inizia ad usare le armi da fuoco. Compie il suo primo omicidio a diciotto anni. Quindi la confidenza fatta ad un amico: “con le persone che ho ammazzato, io potrei farci un cimitero”. La sua immagine è legata alle auto sportive, ai vistosi orologi Rolex, alle belle donne. Questo esibizionismo lo discosta radicalmente dallo stile dei corleonesi, come Totò Riina o Bernardo Provenzano. Una carriera mafiosa iniziata ufficialmente nel 1989, quando viene denunciato per associazione mafiosa. Dal 1993  costretto alla latitanza. In seguito alla morte del padre e alla cattura di Vicenzo Virga, diventa capo mandamento di Castelvetrano. Il 19 aprile 2006, fra i pizzini trovati nel covo di Provenzano, emerge anche il nome di Salvatore Lo Piccolo e Messina Denaro, quest’ultimo con lo pseudonimo di Alessio. Le famiglie trapanesi, affiliate a Messina Denaro, hanno criticato il modo con il quale negli ultimi anni, i palermitani hanno portato avanti gli affari delle cosche. Dalle indagini della magistratura si evince la differenza strategica nella politica del terrore adottata da Matteo Messina Denaro. Un uomo che ha solidi rapporti e precisi punti di riferimento anche a Palermo, nella pericolosa cosca di Brancaccio dei Guttadauro.

PD, LA CANDIDATA “PRECARIA” HA UN CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO

Mar 2

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Federico Novella per “Il Giornale”


Una volta c’erano le liste civetta. Oggi ci sono le liste bufala. Cambia l’animale, ma il concetto è sempre lo stesso: fregatura, inganno, imbroglio, turlupinatura, chiamatelo come vi pare. Perché stavolta parliamo dell’ultima supercandidata di Veltroni, la cosiddetta paladina dei precari.

L’avete letto su tutti i giornali: si chiama Loredana Ilardi da Palermo, operatrice di call center, stipendio 700 euro al mese. Una così ti pare che al Pd se la fanno sfuggire? E infatti: «Siamo il partito del lavoro», dichiara il segretario ai giornalisti abbracciando la sua protetta. Sorrisoni alle telecamere e vai con lo spot: siamo coi precari, aiutiamo i precari, viva i precari. Dice Walter: «La vera emergenza sono i precari». Continua: «È un dovere lottare per i precari». E ancora: «Loredana è lo specchio dei precari».

Bene: manca solo un piccolo particolare, proprio una bazzecola: dovete sapere che Loredana… non è precaria. Tiene un fior di posto fisso: contratto a tempo indeterminato. Ce l’ha messo per iscritto il suo datore di lavoro. Citiamo la sua lettera. «Gentile direttore - scrivono dalla ditta - la famosissima Loredana Ilardi, sbandierata da Walter come rappresentante dei precari d’Italia, non è assolutamente precaria. A suo tempo fummo noi a comunicarle l’indeterminato. E quanto ai 700 euro mensili, è ovvio: è un part time a 4 ore!». Capito? Se questo è l’emblema del precariato, allora Valeria Marini è l’emblema delle bionde naturali.

Ma si può? Ci ripetono da anni che l’Italia brulica di precari, sono dappertutto, dietro le porte, sotto i tappeti, a momenti escono dai tombini, i precari. E chi scelgono come rappresentante? Una col posto fisso. E va be’ allora ditelo che è una pagliacciata: ci mettiamo il naso rosso, il cappellino e tanti saluti. Già si faticava a restar seri con la candidatura di Marianna Madia nel Lazio: ci dicono che è una «giovane venuta dal nulla», e poi si scopre che è amicissima di Enrico Letta, Giovanni Minoli e del figlio di Napolitano. Oggi ci presentano l’eroina dei precari, che però in realtà non è precaria neanche un po’. Insomma, altro che facce nuove: nel Pd candidano facce doppie.

Però adesso ci viene la curiosità: ma allora come le sceglie, Veltroni? Cioè, dove li trova i cosiddetti volti nuovi? È la stessa Ilardi a rivelarcelo, sulle pagine locali di Repubblica: «Domenica scorsa ci siamo incontrati a una manifestazione della Cgil - racconta lei -: abbiamo parlato e mi ha fatto la proposta». Tutto qui? È così che funziona? Ti incontro per caso e ti faccio la proposta? Tipo colpo di fulmine? Cioè, se domani Veltroni incontra per strada un pastore tedesco, candida in parlamento un pastore tedesco? E magari ce lo spaccia pure come simbolo dei precari?

Ora, va bene scherzare, ma intendiamoci: non ce l’abbiamo tanto con la ragazza candidata, che tra l’altro, seppur sottovoce, l’ha ammesso, che precaria non lo è più. Ce l’abbiamo con Veltroni che ce la vende per quello che non è. Perché questo significa prenderci per i fondelli a tempo indeterminato. Perché, se così stanno le cose, i grandi nomi del Pd altro non sono che specchietti per le allodole.

Anzi, per polli: e i polli in questione siamo noi che votiamo. Non solo: i polli in questione sono anche i tanti lavoratori precari - quelli autentici - che sul serio fanno le notti al centralino del telefono amico. Ma c’è poco da fare: se il telefono non è amico di Veltroni, loro il seggio se lo scordano. Perché questa, a quanto pare, è la trasparenza di Walter. Quella sì, davvero precaria


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