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WALTER SOGNA ANCORA

ott 9

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di Pierluigi Diaco su “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro

Stavolta ai veltroniani non sono concessi errori e passi falsi. Veltroni, in questa fase, preferisce muoversi da solo, mantenere un profilo bassissimo e ai suoi l’ha detto senza giri di parole: «Niente polemiche, stiamo a guardare, non voglio emissari, gestisco personalmente tutti i contatti». Che vale a dire: non mi fido al 100% di voi, la gestione del Pd ci è costata cara a tutti noi, adesso ho più tempo libero e preferisco muovermi da solo. Walter contro tutti? No, al contrario, con tutti. L’agenda è fitta: escluse la consueta spesa al mercato e una quotidiana passeggiata a Villa Borghese, Veltroni entra ed esce da portoni importanti, recupera rapporti incrinati durante la sua segreteria, e siede nelle prime file di convegni, dibattiti e presentazioni di libri. Così come ha fatto sabato scorso al “Canottieri Aniene”, il vivacissimo circolo sportivo guidato da Giovanni Malagò. L’occasione era la presentazione di “Baaria”, il libro scritto da Pietro Calabrese con Giuseppe Tornatore. Al tavolo presidenziale ci sono Gianni Letta, Paolo Mieli, Malagò e i due autori. In platea, prima fila, un Veltroni sorridente, ma decisamente misterioso. A chi gli si avvicina per salutarlo, Walter conferma: «Sì, ci vediamo il 3 novembre. Vi Aspetto». Il 3 novembre? E cosa accade di tanto importante il 3 novembre? Intanto sarà passata già una settimana dalle primarie del Pd, che dovrebbero incoronare Pierluigi Bersani nuovo leader del Pd. E quindi quale periodo migliore per riposizionarsi sulla scena politica nazionale, se non subito dopo quel congresso e quelle primarie che manderanno definitivamente in soffitta l’idea di Partito Democratico tanto cara a Veltroni e Franceschini. Ma Veltroni vuole assolutamente evitare di passare ancora una volta come uno sconfitto, quindi meglio concentrarsi sul futuro e dare la sensazione di “guardare” a qualcosa di più grande, di più eccitante. Ecco fatto: il 3 novembre, sempre al “Circolo Canottieri Aniene”, il presidente della Camera, Gianfranco Fini e il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini presenteranno, ad una platea molto chic e poco radical, il nuovo libro di Veltroni, “Noi”. Insomma, per farla breve, per la prima volta Veltroni, Fini e Casini, coordinati con maestria orchestrale da Paolo Mieli, si presenteranno all’Italia come gli uomini del “buon senso”, gli unici ai quali l’Italia non ideologica e non ideologizzata dovrebbe guardare pensando al dopo-Berlusconi. L’ambizione è altissima, pericolosissima e non permette sbavature. Anche perchè, come è ormai noto ai più, anche Francesco Rutelli lavora alla medesima “svolta”, obiettivo “Grande Centro”, sostenuto silenziosamente da pezzi importanti della Segreteria di Stato Vaticana e corteggiato caldamente da Luca Cordero Di Montezemolo. Roba importante, tanta ciccia sul fuoco, nuovi sogni all’orizzonte, e ovviamente Veltroni non vuole certo trasferirsi a Nairobi e perdersi l’ultima occasione politica della sua vita: partecipare da protagonista alla prove tecniche di “governo di unità nazionale” o “governo di buon senso” o come preferite chiamarlo, qualora il Cavaliere si vedesse costretto a rassegnare le dimissioni e si andasse, così, alle elezioni anticipate. Ma la cosa più curiosa è che stavolta le prove tecniche rischiano di abbondare più di uomini in panchina che in campo, e ancora più difficile e spinoso sarà mettere tutti d’accordo sul nome dell’allenatore. Per ora sembra esserci la partita, ma basteranno Fini, Casini, Veltroni e Rutelli a formare una squadra credibile per il Paese? Walter pensa di sì, e il 3 novembre spiegherà le sue ragioni che, già a qualcuno, sembrano più che buone per ispirare la sceneggiatura di un film horror.

“LA SVOLTA” DI RUTELLI

set 24

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  • di Pierluigi Diaco su “Libero”, diretto da Maurizio Belpietro

  • “Ti invito alla presentazione del nuovo libro di Francesco Rutelli: domenica 4 Ottobre  (19-21) presso l’Auditorium di Via della Conciliazione a Roma”, by segreteria del Presidente Rutelli. Presidente? E di cosa? Ah, sì, sì. E’ verò,  va ricordato a tutti, ma proprio a tutti, che Rutelli è Presidente del Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Del resto, è  abbastanza comprensibile che qualcuno non abbia appreso la notizia su le sue attuali mansioni : il nostro ha deciso di mantenere un profilo bassissimo e da più di un anno rifiuta interviste e partecipazioni tv. “Gioca a tennis, scrive, e passa molto tempo coni figli”, ci dice un suo amico. Sta di fatto, comunque, che stavolta Rutelli si è svegliato dal lungo letargo politico, non ha più voglia di scherzare e giura che non le manderà più a dire. Alla presentazione del suo nuovo libro, “La svolta”, è stata invitata tutta la Roma che conta ( in prima fila posti già prenotati, Bruno Tabacci in primis)  e non c’è da stupirsi molto se la location scelta sia nella via maestra che porta dritto al Vaticano: Rutelli, negli ultimi mesi, ha intensificato ancora più del passato il suo rapporto con la Segreteria di Stato Vaticana e gode della stima e del sostegno di un gruppetto di cardinali abbastanza scafati. Tant’è che l’Auditorium scelto non è quello di rutelliana memoria sito al Villaggio Olimpico, ma quello storico di Via della Conciliazione affidato alle cure di Francesco Carducci, Udc-man dalla cultura papalina. Stavolta l’ex leader della Margherita fa sul serio: vuole svoltare definitivamente al centro con o senza Pd. Attenzione, però, perchè l’ordine dato ai suoi è di non dare in pasto ai giornali una versione troppo chiara, quella vera diciamo noi, che vedrebbe Rutelli già fuori dal Partito Democratico. L’uscita di scena dal Pd di cui Francesco è co-fondatore non può avvenire con un colpo di teatro e nemmeno dentro un Auditorium, la faccenda deve svilupparsi lentamente, a piccolo passi, fino alla sua conclusione: il congresso del partito. “A Francesco non piace per niente l’andazzo che sta prendendo il dibattito politico dentro il Pd. Lui vuole un partito “democratico”, nè di sinistra, nè di centro-sinistra. La parola chiave è “democratico”, le altre categorie per lui sanno di vecchio”, così ci dice al telefono un  suo collaboratore. Insomma, appare chiaro che Rutelli non solo trova patetica e controproducente la “svolta” a sinistra di Bersani, ma nutre più di una riserva sul messaggio e sulla comunicazione che l’attuale segretario Franceschini sta facendo passare a meno di un mese dal congresso. Tanto vale, quindi, stare a guardare con un misto di cinismo e cautela, cominciando comunque a radunare le truppe in modo da essere pronte a “svoltare” col botto appena il campo di battaglia mieterà le prime vittime. E stavolta Rutelli la vittima non la vuole proprio fare: durante l’estate ha studiato meticolosamente le mosse per prendersi una rivincità, a suo parere, più che meritata dopo la sconfitta per la corsa a sindaco di Roma che- secondo fonti a lui vicine- sarebbe stata digerita con sorrisi e soddisfazione da molti dirigenti di fascia A del partito. E tutto questo, delusione e malinconie comprese, trovano il suo doveroso spazio ne “La Svolta”, libro a cui Rutelli ha lavorato soprattutto di notte, immerso nel poetico e suggestivo silenzio di Filicudi, mettendo insieme le idee, gli appunti, gli articoli di giornale e concedendosi un’analisi finalmente franca e disinvolta su chi gli è ancora amico e chi no. Sembra, infatti, che Francesco nel tempo abbia maturato più di un dubbio su due sue creature: Paolo Gentiloni ed Ermete Realacci. L’ex Ministro delle Comunicazioni e l’ex Presidente di Legambiente, infatti, da un po’ di tempo sarebbero apparsi più disinvolti e autonomi del solito, sottraendosi più di una volta alle istruzioni del capo, e correndo troppo sportivamente verso mete lontane da quelle indicate da Francesco. Urge, quindi, per Rutelli, mettere fine all’esodo. Ottobre è alle porte. Le vacanze sono fenite. Comincia il contro-esodo: svoltare al centro.

IL PD SI AFFIDA A MARCO CARTA

set 15

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di Pierluigi Diaco su “Libero” diretto da Maurizio Belpietro

Ormai è chiaro: il Pd di Dario vuole uscire dal coma e quello di Pierluigi è costantemente rinchiuso in una lunga  seduta di psicanalisi. La patologia è la stessa, ma i metodi per curarla cambiano radicalmente, a dismisura. In attesa di un miracolo, tanto vale buttarla a cantare, a squarciagola, e affidare la faccenda a uno che se intende, a un giovane che tanto piace ai ggiovani d’oggi, a un tipetto molto lontano dai già sperimentai Fossati e Jovanotti, a un signorino baciato dalla fortuna e dal talento, e che, a differenza dei leader del Pd, ancora non ha incontrato la sconfitta e la sfiga. Insomma, a Marco Carta, già vincitore di “Amici” e dell’ultimo Festival di Sanremo. Domani sera l’ultima stellina del pop di casa nostra (de)canterà per il popolo della sinistra sul palco della Festa Democratica, al Palasharp di Milano. Lo stesso su cui saliranno a poche ore di distanza Dario Franceschini, Francesco De Gregori e Sabina Guzzanti. Lo stesso su cui si è già esibita la scena rock tanto amata dai ragazzi democratici e dagli intenditori più raffinati ed esigenti: After Hours, Marlene Kuntz e Modena City Ramblers. Roba da non crederci: il pupillo di Maria De Filippi, il simbolo di quei talent show tanto odiati e criticati dalla stampa di sinistra, il sanremese prodotto della diabolica intelligenza commerciale di Paolo Bonolis, il cantante più amato dalle ragazzine senza cultura e senza ideologia, proprio lui, il Marco Carta tormentone delle radio, è stato scelto dagli organizzatori della Festa del Pd milanese, per intrattenere, esorcizzare e curare le malinconie e le smanie di riformismo coatto degli elettori del  partito più jazz d’Italia. Attenzione, però, la faccenda non è liquidabile come una semplice e scontata furbata dei dirigenti Pd più smaliziati e paraculi. E neanche è ipotizzabile prefigurare una sorprendente e definitiva svolta Pop del partito guidato (per ora) da Franceschini. La scelta di Carta nasconde qualcosa di più intrigante e misterioso, di più spirituale e profondo. Chi scrive non scherza, ha fatto un giro di telefonate e ha raccolto un retroscena talmente stravagante da far esplodere un terremoto nelle frangia cattolica del Pd. Le cose stanno un pò così: Marco Carta farebbe i “miracoli” , vantaggiosi non solo per l’industria discografica. Almeno così raccontano i genitori del piccolo Domenico Bilotta, un bimbo di nove anni che “era in fin di vita dopo essere  stato investito da un’auto a Crotone e che “si è svegliato” ascoltando “La forza mia”, il brano di Carta, e vincitore del Festival della Canzone Italiana targato Bonolis. Insomma, l’ultimo di una lunga serie di piccoli miracoli quotidiani ad opera di personaggi più o meno famosi. La notizia era uscita già a luglio e in poche ore aveva fatto il giro della rete, rimbalzando da un forum all’altro. Giusto il tempo di gridare al miracolo ed era però arrivata, sempre a furor di internet, la smentita: è una bufala. Anche perché il dottor Giovanni Pugliese, titolare della Casa di cura che ospitava il bambino, interpellato da Leggo aveva dichiarato: “È arrivato da noi già collaborativo. La sua riabilitazione è dipesa dall’ottimo lavoro svolto all’interno della nostra struttura. Marco Carta non c’entra nulla e ripeto: quando è arrivato qui, il bambino era già sveglio e collaborativo”. I genitori del bambino, però, hanno subito gridato al “miracolo” dalle pagine di DiPiù e lo hanno fatto con enfasi ed entusiasmo più che comprensibili. Tant’è che  una dirigente del Pd di Milano, commossa dalla storiella a lieto fine e incastrata dalle continue richieste della figlia adolescente, ha proposto al comitato organizzatore della Festa del Pd milanese di invitare Marco Carta alla PalaSharp. Molti si sono opposti, alcuni hanno semplicemente storto il naso, altri hanno compreso la genialità dell’idea, taluni hanno intuito la felice valenza mediatica della proposta.  E in un batter d’occhio, l’amico degli “Amici”, il più berlusconiano (almeno culturalmente) dei cantautori in circolazione, passa l’esame dell’apparato Pd: da miracolato delle tv del Biscione, a miracolo del Made in Italy capace perfino di “salvare” vite umane. Adesso, però, l’ambizione è alta e vagamente imbarazzante: riuscirà Marco Carta a fare il miracolo più atteso e desiderato dagli iscritti al Pd, ovvero resuscitare un partito con troppe idee sparse e senza un’identità chiara e precisa?

IL SANTINO DI D’ALEMA BY RONDOLINO

apr 20

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di Fabrizio Rondolino per “La Stampa”

Massimo D’Alema è l’ultimo hegeliano in un mondo politico new age attraversato e divelto dal peggior irrazionalismo. La sua proverbiale arroganza, l’insofferenza per la superficialità, l’antipatia per il giornalismo dei retroscena che ignora la scena, scaturiscono dalla convinzione che il reale sia complesso e articolato, e richieda uno sforzo della ragione per poter essere afferrato e compreso; e che sia precisamente in questo sforzo – in questa «fatica del concetto» – che la ragione percorre il cammino inverso tornando nella realtà, e dunque diventando prassi, azione, trasformazione.Maneggiare la complessità con gli strumenti della ragione è il lavoro di DAlema, la sua cifra e il suo maggior limite, nonché la causa principale tanto del disprezzo quanto dell’ammirazione che il personaggio è capace di suscitare in misura assai maggiore del potere reale di cui dispone (DAlema compie sessant’anni senza incarichi di partito, né parlamentari, né sovrannazionali: è, tecnicamente, un peone). Il comunista italiano che è diventato presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e che potrebbe un giorno diventare presidente della Repubblica, è un uomo decisamente complesso, la cui passione per la politica è soltanto una forma – la predominante, la pubblica – di una passione intellettuale e sentimentale per la natura e l’intelletto umani. Come ogni intellettuale, D’Alema riserva alla sfera dell’interiorità le passioni più violente e le confessioni più intime; ed è proprio la ricchezza interiore, non l’indubbio professionismo, a dare al personaggio quella «marcia in più» che sovente sorprende. Il rapporto fra DAlema e il mare, per esempio, è un rapporto sentimentale e privato – e dunque, nel mondo d’oggi, appare sgradevolmente aristocratico. DAlema non va in barca per ricevere gli amici, fare affari o abbronzarsi: ci va perché il telefonino non prende. Il mare di DAlema è il silenzio della bonaccia e il fischio rauco del vento, l’orizzonte aperto e la solitudine, la violenza indifferente della tempesta e il volo radente dei gabbiani.Nella vita di DAlema le donne hanno una centralità assoluta e indiscussa. Dalla nonna paterna, maestra elementare (pare) di grande severità e rigore, alla madre, presto soprannominata dai figli «il Generale»; dalla moglie Linda Giuva alla figlia Giulia, che si dice abbia il padre sotto assoluto controllo: le donne di DAlema non sono soltanto donne intelligenti, o indipendenti, o con una vita lavorativa propria: esprimono prima di tutto un principio di autorità, di coesione e di sicurezza al cui interno si costruisce lo spazio della famiglia – che per DAlema, in questo assai meridionale, è comunità indistruttibile e sacrario inviolabile. C’è dunque un forte elemento femminile, che per dir così controbilancia il «maschilismo» della tradizione comunista. E forse è per questo che DAlema è da sempre incuriosito dal pensiero taoista, il cui cuore è una concezione non-dualistica (e dunque intimamente complessa, non lineare, interdipendente) della realtà. Sun Tzu, secondo cui «sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità», insegna nella sua Arte della guerra come al centro della strategia ci sia il posizionamento. L’abilità consiste nel trovare il luogo e il tempo giusto in cui collocarsi; poi, accada quel che deve accadere. È in questa cornice, ancorché simbolica e un poco immaginifica, che va collocato il problema del potere. DAlema ne ha una visione, di nuovo, fortemente intellettuale. L’istinto combattente del giovane campione di Risiko! che ascende rapidamente nella nomenklatura del Pci si è stemperato nel corso degli anni in una qualche forma di rassegnazione. Difficilmente oggi DAlema si farebbe rimproverare da Berlinguer, come gli accadde quando, in coppia con Andreotti, sistematicamente batteva a scopone scientifico l’allora presidente Pertini durante il volo che portava i quattro ai funerali di Andropov. Oggi DAlema probabilmente lascerebbe vincere il presidente. Il potere infatti è forma, simbolo da esibire, rito da officiare: non è mai esibizione; è auctoritas (o, gramscianamente, egemonia), e non imposizione o rapina; in fin dei conti, non è neppure vittoria o sconfitta. Bisogna tener presente un dettaglio fondamentale: il giovanissimo pioniere che Togliatti, secondo un aneddoto mai confermato, avrebbe definito per la tanta sapienza «un nano, non un bambino», si è poi ritrovato a giocare la sua partita in un campo da gioco sconvolto dal crollo del Muro e dal terremoto di Tangentopoli. Figlio del partito, DAlema diventa adulto mentre i partiti si sbriciolano. Naturalmente, molto spesso la realtà si discosta dai suoi modelli teorici, tanto più se raffinati, e dunque a DAlema è capitato spesso di passare per (o di essere effettivamente) il guastatore, il giocatore d’azzardo, o il «mercante fenicio» (come una volta lo definì l’Avvocato, che per altro lo stimava non poco). Gli avversari sostengono che sia più bravo a distruggere che a costruire, ma si potrebbe obiettare che il primo Ulivo – l’unico che vinse abbastanza da governare per cinque anni – fu opera sua, dal pranzo a Gallipoli con Buttiglione fino alla «creazione» di Prodi insieme a Beniamino Andreatta. Più vera è invece una certa ingenuità – ne ha parlato qualche volta la madre, nelle poche interviste che era costretta a rilasciare -, che a volte rasenta la sprovvedutezza. Del resto, DAlema sembra evitare con accanita meticolosità ogni tentativo di rendersi simpatico; o meglio, il piacere di una battuta tagliente, di un guizzo dialettico, di un repentino sfoggio d’intelligenza spesso vanificano le sue più brillanti strategie. Ad una giornalista che gli chiedeva: «Posso farle una domanda?», DAlema un giorno rispose: «L’ha già fatta». Buon compleanno, presidente.


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