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Su Prodi in Africa continuano a non raccontarcela giusta

Set 16

 

 di Pierluigi Magnaschi per “Italia Oggi”

In un mio intervento su Italia Oggi, commentando un articolo pubblicato dal Corriere della sera (poi ripreso da tutti gli altri media) nel quale si sosteneva che Romano Prodi sarebbe stato nominato “inviato” in Africa del segretario delle Nazione Unite, rilevavo che l’informazione non era esatta. Si potrebbe anche dire, rubando la battuta a Steve Jobs, patron di Apple, che, per smentire la notizia che stava morendo di cancro, ha detto che “la notizia era un po’ esagerata”. In linguaggio diplomatico corrente infatti ”inviato” è colui che rappresenta, in una certa missione e a titolo pieno, il vertice dello stato o dell’organizzazione che, appunto, lo ha “inviato”. Tant’è che, di solito, l’inviato è, in queste circostanze, quasi sempre un politico di altissimo rango e non  un  diplomatico o un dipendente, anche se di alto livello.  Romano Prodi, che, senza dirlo esplicitamente, era stato proprio lui a fornire la notizia al Corriere della sera,  tramite il suo ufficio stampa, richiesto dallo stesso giornale  di fornire maggiori spiegazioni sulla sua condizione di “inviato” dell’Onu per l’Africa, si era poi trincerato dietro una pudica presa di distanza dicendo che bisognava attendere “l’incarico ufficiale”.  Quando l’incarico è arrivato, i giornali hanno scritto “Romano Prodi è stato nominato dal segretario dell’Onu Bank Ki-moon a capo di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana che si occuperà delle missioni internazionali per il mantenimento della pace in Africa”. Non è più “inviato dell’Onu” quindi ma si lascia capire ai lettori che Prodi resta responsabile del mantenimento della Pace nel Vecchio continente. Prodi invece sarà solo a capo di un “gruppo di esperti che dovranno occuparsi del miglioramento del finanziamento delle operazioni di pace gestite dall’Unione africana sotto mandato della Nazioni Unite”. Notare il compito esattamente attribuito a questa commissione: “Miglioramento del finanziamento delle operazioni di pace”. Non a caso, della commissione presieduta da Romano Prodi fanno parte cinque illustri Carneadi: James Dobbins (Stati Uniti), Jean-Pierre Halbwachs (Mauritius), Monica Juma (Kenya), Toshi Niwa (Giappone) e Behrooz Sadry (Iran).  Insomma, nessun grande leader politico europeo disarcionato avrebbe mai accettato una presidenza del genere. Jacques Deloros, ad esempio, che anche lui ha presieduto, con grande prestigio, la Commissione Ue, ha preferito dedicarsi ai suoi studi. Il leader socialista ed ex premier francese Michel Rocard,  fa il padre saggio del Pse mentre  l’ex  premier inglese, Tony Blair, e quello spagnolo, Josè Maria Aznar, tengono alto il loro ricordo facendo conferenze di alto livello.

D’ALEMA STA TAGLIANDO L’ERBA SOTTO I PIEDI DI VELTRONI

Lug 15

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di Pierluigi Magnaschi per “Italia Oggi”

 
Ieri si è svolto a Roma, al residence di Ripetta 14,  un convegno della Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema al quale partecipano altre 13 associazioni (leggi: correnti) sul tema, non certo nuovo, delle riforme. Al convegno ha aderito anche il segretario del Pd, Walter Veltroni, che, non si sa a che pro, ha chiarito ai cronisti che non si tratta di un “convegno”  ma di un semplice  “seminario”. Con questa sottile distinzione, da dibattito sul sesso degli angeli, di cui peraltro ci sfuggono i contorni, Veltroni  ha voluto dimostrare, per via traverse, ciò che tutti hanno capito da tempo e cioè che, con questi incontri, siamo di fronte a un balletto politico con finalità diverse da quelle dichiarate. Un balletto però nel quale, anche se non lo rileva nessuno, la musica la suona D’Alema. L’unico che lo ha rilevato, nero su bianco, e con una prosa ineludibile, perché chiara, è stato il braccio destro di Romano Prodi ed ex ministro della difesa, Arturo Parisi, che, in una lettera pubblicata ieri dal Corriere della sera, ha precisato che “D’Alema, sia pure al riparo di 14 sigle, è il protagonista della giornata”.
La battaglia di D’Alema per indebolire Veltroni dura da un quarto di secolo ma adesso ha assunto delle soffici proporzioni deflagranti. Soffici perchè D’Alema, di fronte a coloro (anche se sono pochissimi quelli che osano dire ciò che vedono) che gli chiedono se vuol mandare a casa Veltroni per prenderne il suo posto, si mette a guardarli in tralice sopra i suoi occhialini, fa l’aria stupita di chi vorrebbe dir loro, paro paro, che non capiscono un tubo, ma poi si trattiene e, se può, si allontana, liberandosi così dall’obbligo e dalla fatica inutile di rispondere a un imbecille. Ma le cose però stanno cosi. Veltroni è accerchiato dagli ex prodiani (e la loro offensiva può essere fastidiosa ma non è certo invincibile) e dalla molto più pericolosa galassia che sta coagulandosi attorno a Massimo D’Alema che è invece pericolosa anche perché costoro continuano a negare le loro intenzioni. Accusano Veltroni di aver costruito un partito liquido, privo di sedi dove maturare programmi. Allora Veltroni propone (o minaccia) un congresso del Pd. Ma loro replicano che si farà, certo, ma solo dopo le elezioni europee dalle quali Veltroni uscirà verosimilmente  impresentabile. Allora Veltroni va avanti per la sua strada. Ma, a questo punto, i dalemiani, pur di far chiarezza, si dicono disposti di fare subito il Congresso del Pd. In attesa, fanno dei mini-congressi come quello di ieri in via Ripetta, dove il segretario del partito viene accolto, non come leader, ma come ospite. Con una tecnica del genere, anche un molare cade senza anestesia.

 


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