“TRADIRE” I RADICALI
Per un giornalista tradire i radicali è uno sport bellissimo: aderire ai loro appelli e poi mandare a quel paese l’operatore telefonico che ti chiede di sganciare quattrini per la tessera annuale, sostenere una campagna di “Nessuno Tocchi Caino” e trasformare in una “breve” l’intervista con Sergio D’Elia, partecipare alle conferenze stampa di Torre Argentina e dare la sensazione (solo una diabolica sensazione) che senza i Radicali il paese sarebbe a rischio democrazia, commissionare un sondaggio su di loro e pubblicarlo chiamandoli “Partito Radicale” e non “Lista Bonino” (attenzione, si rischia la pelle), abbracciare Pannella con trasporto sentimentale e girare l’angolo per tentare di fare la stessa cosa con il suo collaboratore di turno, innamorarsi di Marco e allo stesso tempo dell’orco che abita in lui (qui si va direttamente all’Inferno, ovvero dietro la reception a rispondere alle telefonate). Tradire i radicali è meraviglioso, vitale, salutare. Sta di fatto che l’unico a non meritare le corna è Bordin, radicale per convenienza spirituale, straordinario intrattenitore del feticismo giornalistico per investitura divina.
di Pierluigi Diaco su “Il Foglio”






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