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COSTANZO A KLAUSCONDICIO: TRA LE GIOVANI PENNE DEL GIORNALISMO STIMO DIACO

dic 21
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(Apcom) – “Ho un buon rapporto con Pippo Baudo e molti altri colleghi della Tv, ma anche un ottimo feeling con le nuove generazioni, con i conduttori più giovani come Carlo Conti e Massimo Giletti”. A dichiararlo è il presentatore Maurizio Costanzo a Klaus Davi nel programma KlausCondicio in onda su Youtube. “Loro hanno molta carineria e rispetto nei miei confronti ed io ho un ottimo rapporto con loro – ha sottolineato Costanzo riferendosi a Conti e Giletti – Tra le giovani penne del giornalismo, stimo Diaco, ma ce ne sono davvero tanti bravi. Quanto alla tv, trovo che Saccà sia un uomo straordinario e se fossi a capo della Rai lo assumere domani”.

EMANUELE FILIBERTO:”AL TEATRO ARISTON CON GRANDE UMILTA’ “

dic 21

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(AGI) “L’umilta’ sara’ la mia bussola in questa avventura sanremese”. Lo dice Emanuele Filiberto Di Savoia a Pierluigi Diaco che lo intervista su “Il Clandestino”, domani in edicola. “So di non essere un cantante, come non ero un ballerino prima di partecipare a ‘Ballando con le stelle’ – osserva Emanuele Filiberto -. Per questo per la partecipazione al Festival di Sanremo sul palco con me avro’ due veri professionisti. Pupo, che e’ uno dei pochi cantanti italiani ad aver venduto oltre 20 milioni di dischi nel mondo e molte delle sue canzoni sono conosciutissime all’estero. Con noi ci sara’ Luca Canonici, un grande tenore, che canta nei teatri di tutto il mondo e sara’ una sorpresa per il pubblico televisivo italiano. Io non so molto del Festival di Sanremo, non ci sono mai stato ma so che e’ il posto dove quello che dici viene ascoltato. Prima di accettare di immergermi in questa avventura, mi sono informato e ho visto che sono stati tanti i partecipanti in gara nella storia del Festival che non erano dei cantanti puri. Percio’ ho pensato che il Festival sia un momento di spettacolo e nello spettacolo ci sta un progetto che comprenda un bel brano popolare interpretato da due grandi cantanti e da un personaggio conosciuto. Ma, ripeto, accetto le opinioni e le critiche di tutti ed entrero’ all’Ariston con grande umilta’ “.

CHIAMBRETTI E’ LA NOSTRA SINISTRA TELEVISIVA, TUTTO IL RESTO E’ NOIA

set 30
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di Pierluigi Diaco su “Il Foglio“, diretto da Giuliano Ferrara

Altro che Santoro, Travaglio e compagnia. Altro che Dandini, Fazio e Bertolino. Altro che chiacchiere sulla libertà d’informazione, tutte pateticamente autoreferenziali e noiosamente previste dal copione standard da cui ormai attingono tutti i martiri di professione. Se è vero, come evidentemente dimostra un attenta riflessione sui dati Auditel, che i vari Santoro in circolazione raccolgono la maggior parte del loro pubblico tra gli elettori di centro-destra che guardando “Anno Zero” si ricordano quando erano giovani e belli e militavano anagraficamente a sinistra, allora è altrettanto vero e sacrosanto che c’è un vasto pubblico giovanile, molto trasversale e che ha vissuto il suo ‘68 grazie alla rivoluzione culturale di Silvio Berlusconi e alla canzoni manifesto di Vasco Rossi, che trova in Piero Chiambretti il suo portavoce e la sua bandiera. Questo gioioso e per nulla ideologico pubblico giovanile che pensa e si diverte guardano “Chiambretti Night” su Italia 1, èmolto meno prevedibile di come si possa pensare o di come lo si possa liquidare: è figlio di genitori che hanno tradito le loro battaglie giovanili, è composto di ragazzi e ragazze che fanno zapping senza pregiudizio alcuno passando dalla De Filippi alla Gabanelli, è politicamente definibile così, “berlusconiano di sinistra”. Si, proprio come Chiambretti. Piero, allevato a pane, Raitre e Bruno Voglino, è il più sofisticato, disinvolto, scafato e sincero conduttore televisivo che puzza di sinistra senza puzzare mai di moralismo e opportunismo. E’ “berlusconiano” per volontà divina, e “di sinistra” per esigenze puramente terrene. Lavora nell’azienda del Cavaliere con la nobile missione di fare il dissolutore dell’ovvio, e forse vota ancora a sinistra per quella torinese e rigorosa nobiltà d’animo che, ogni tanto, traspare nelle sue piroette televisive. E pensare che quando era ancora in trattativa con Mediaset, prima di sbarcaredefinitivamente in terza serata su Italia 1, Piero ha vissuto momenti di solitudine e sconforto: più volte ha pensato di rinunciare alle lusinghe di Pier Silvio, di tornare eroicamente a barcamenarsi nei tristissimi e pericolosi  corridoi della Rai; ha perfino dovuto sopportare le ramanzine beffarde e  violente di amici e conoscenti che, con amicizia sinistra, tentavano di dissuaderlo iniettandogli dosi massicce di”sensi di colpa” e di moralismo coatto. Chiambretti, neanche fosse quel leader riformista tanto atteso dai militanti del PD, ha resistito alle invidie e all’infamia, e con coraggio e ammirevole disinvoltura, ha accettato la sfida entrando neanche troppo in punta di piedi nella tv di Pier Silvio. Tant’è che da buon artigiano della tv si è messo subito al lavoro, dirigendo perfino i cantieri di quello che poi sarebbe diventato il più bello studio televisivo in circolazione  nell’etere, dimostrando  che “di sinistra” oggi c’è rimasto solo il talento, perchè tutto il resto purtroppo lo paga sempre e solo il Cavaliere. Meraviglioso! Un colpaccio del genere televisivo! Una piroetta ben riuscita! Un colpo di teatro da far morire d’invidia tutti quegli scrittori, ormai solo firmatari di appelli, che di teatrale hanno solo gli spazi che li ospitano a sputare sentenze e odio gratuito. Altro che Santoro, Fazio e la Dandini, Chiambretti sa volare con ali di angelica intelligenza, libero, con spavalderia sabauda, perchè fortunatamente non conosce la tristezza del peccatore di sinistra, nè la disperazione dell’escluso per vocazione, ma solo la gioa innocente di provocare con malizia e astuzia. Chiambretti è la nostra sinistra televisiva, tutto il resto è noia.

VI RACCONTO MICHELE SANTORO

set 26

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di Pierluigi Diaco su “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro

  • 29 Agosto 1996. Un dirigente Rai, molto vicino a D’Alema, si lascia andare ad una gustosissima dichiarazione:  “Ci siamo liberati di un divismo eccessivo”. Il riferimento è a “Michele Chi?” (definizione coniata dall’allora presidente della Rai Enzo Siciliano) che da lì a poco trasferirà armi, bagagli e portafogli in casa del Biscione. Tant’è che Francesco Storace, in quegli anni mastino di ferro di An, dichiara sornione: “Ci voleva la Rai dell’ Ulivo per cacciare Santoro”. Il contrasto fra una certa sinistra e l’ inventore di “Tempo reale” deflagro’ quando l’ ex presidente della Rai Moratti propose Santoro alla direzione di Raitre. Era la contromossa per stoppare la prima offerta della Fininvest, che corteggiava Santoro già da un anno. L’allora direttore generale della Rai Minicucci si oppose e cosi’ a Santoro fu dato il “contentino” della vicedirezione ad personam. Il conduttore se ne ebbe a male con Massimo D’ Alema, troppo freddo nel sostenerlo e nel “sponsorizzarlo” come “Michele Chi?” avrebbe voluto e- secondo lui- meritato. E la leggenda vuole che per questo Santoro si vendico’ quando ebbe ospite il segretario del Pds, continuamente interrotto in diretta dagli altri ospiti. Poi le cose sono andate a finire come tutti sanno: l’azienda di proprietà di Silvio Berlusconi fa un contratto triennale (1996-1999) a quello che nel tempo sarebbe diventato “Don Santoro”, facendolo godere di assoluta libertà per il suo  programma ‘Moby Dick’” . Anzi, va ricordato che con parte del denaro intascato dall’azienda del Cavaliere, Santoro aprì perfino un ristorante nel centro storico, ma la vita da ristoratore fu brevissima per mancanza di clienti e di amici affammati. Sono passati molti anni, Michele è cresciuto professionalmente e ha creato una squadra vivace e scafata di collaboratori e professionisti del reportage televisivo, ma dal punto di vista umano non solo ha deluso vecchi amici e sostenitori come Peppino Caldarala, ma rischia perfino di deludere se stesso e la propria coscienza, buttando nel cesso uno dei sentimenti più nobili dell’essere umano: la gratitudine. Sì, la gratitudine verso Berlusconi e pure verso Veltroni. Verso il Cavaliere e verso quel Pci dove Santoro ha studiato l’autoritarismo delle idee e la dittatura delle opinioni. Fortunatamente in circolazione c’è ancora un bel libro di Michele De Lucia,  ‘Il Baratto’ (ed. Kaos), che si rivela l’unico e documentatissimo resoconto di come le intese più o meno larghe fra l’allora comunista Walter Veltroni e Berlusconi siano iniziate già 24 anni fa. Nell’autunno ‘84, infatti, mentre ufficialmente il Pci strepitava contro lo “strapotere del piduista”, Achille Occhetto e Veltroni incontrarono segretamente Berlusconi. Da un anno l’appena 28enne “WalterEgo” era stato nominato capo della sezione Comunicazioni di massa del Dipartimento propaganda e informazione, che per il Pci erano un tutt’uno. E Occhetto era il suo diretto superiore. Nell’agosto ‘84 la Fininvest aveva comprato per 135 miliardi dalla Mondadori il terzo dei suoi canali, Retequattro, salvandola dal fallimento. E Veltroni aveva tuonato: “Stiamo assistendo a un pesante attacco che tende a consegnare l’intero settore dell’emittenza privata nelle mani di uomini implicati nella P2 come Berlusconi”. Indignazione pubblica, ma trattative private. Come del resto è sempre accaduto anche negli ultimi anni ogni qual volta il centrosinistra ha tentato, invano e senza una reale volontà politica, di risolvere con unal legge il conflitto d’interesse del Cavaliere. De Lucia infatti ricorda che lo stesso Occhetto rivelerà, anni dopo, l’abboccamento segreto con Berlusconi: “L’incontro – un po’ carbonaro – avviene in un’imprecisata ’sera settembrina’ del 1984, in un salotto di piazza Navona non meglio specificato, né si sa chi sia l’organizzatore-padrone di casa”. Lo staff di Berlusconi è al completo. “Bravi, svegli e manager”, li definisce Occhetto. Il Pci ha appena effettuato il suo primo (e ultimo) sorpasso sulla Dc alle europee: 33,3 per cento contro il 33. “Walter e io siamo gli esponenti del più forte gruppo politico d’opposizione”, racconta Occhetto. “Non che non li conoscessimo. Walter ha avuto dei contatti con un esponente del gruppo Fininvest presente all’incontro, ma li ha interrotti perché diffidavamo”. La Fininvest propone: “Si potrebbe affidare alle reti pubbliche tutta l’informazione, mentre noi trasmetteremmo e produrremmo spettacolo. Ci interessa soprattutto la fiction”. Occhetto guarda Veltroni e dice: “Ma questa, Walter, è la tua proposta o sbaglio?” “Sì, in realtà è proprio quella”. Insomma, il messaggio di Veltroni è chiaro: mollate Craxi, e smetteremo di attaccarvi. Berlusconi ringrazia: “Mi fa caldo al cuore l’idea che il Partito comunista, da tempo ormai, si apra alla considerazione di queste realtà con tanto senso concreto, con tanto senso pragmatico…” Bene, comincia in quegli anni la più sensuale, perversa, divertente e pericolosa forma di consociativismo mai vista nella storia della Repubblica, quella che porta Berlusconi ad essere il capo indiscusso della tv commerciale italiana e che regala al Pci l’opportunità di poter costruire una rete televisiva a sua immagine e somiglianza: Raitre. Bene, il resto è noto a tutti. Raitre diventa negli anni lo spazio franco e il teatro sperimentale delle piroette di Michele Santoro, e lui, ingrato, non solo affina il suo rancore verso chi l’aveva segnalato e sponsorizzato, ma matura una forma di fanatismo eccezionale tale da consentirgli di indossare l’abito più suggestivo e artificiale che un giornalista possa sfoggiare: quello dell’eterno epurato. Bene, ora la domanda è molto semplice: può un giornalista, che per anni ha goduto di protezioni politiche e che ha incassato denaro dalle aziende dall’attuale Premier, partecipare ad una manifestazione sulla libertà d’informazione? Può un giornalista, che è il prodotto più riuscito del rapporto tra Rai e politica, scendere in piazza per chiedere alla politica di farsi più in là? No,  che non può. Anzi può, se il suo nome è Michele Santoro.

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