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ARISA A RADIO GIOVENTU’

mar 1

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Nella puntata settimanale di Radio Gioventù si è parlato di musica, di come favorire nelle radio e nelle tv la promozione dei giovani artisti italiani. È intervenuta Arisa, vincitrice del Festival di Sanremo nella categoria Nuove Proposte. Insieme al Ministro Giorgia Meloni e al conduttore Pierluigi Diaco, la giovane cantante ha parlato di gioventù, di musica e dello spirito di sacrificio necessario per realizzare i propri sogni. Ed ha svelato alcune cose sulla propria vita. “Ho fatto molti lavori fino ad oggi. Io provengo da una famiglia dove bisogna rendersi utili, bisogna lavorare per avere; nel senso che se io voglio qualcosa me la devo guadagnare. Quindi – ha continuato Arisa – non potevo aspettare di diventare una cantante con le braccia conserte. Ho dovuto fare la cassiera in un supermercato, la cameriera, oltre che studiare all’università, insomma mentre cantavo ho fatto quello che fanno tanti altri giovani della mia età ed anche prima: cioè lavorare e coltivare la mia passione, d’altra parte tutte le grandi passioni hanno un costo”.
Nella stessa puntata si è parlato anche del bando sulla cultura d’impresa promosso dal Ministero della Gioventù in compagnia di Federica Guidi, presidente di Confindustria Giovani.

Ascolta l’ultima puntata di Radio Gioventù

FORMIDABILE WALTER SITI SU POVIA

feb 20

di Walter Siti per “La Stampa”

Scusate, ma difendo Povia. Schiacciato senza pietà dal carro armato di Benigni. Non è questione di livello artistico, naturalmente: la canzone di Povia è di una semplicità un po’ ovvia, sia nella musica che nel testo, mentre il carisma di Benigni è il frutto di un talento raro – la maschera o il folletto che tutti conosciamo, capace di insegnare divertendo. La lettera di Oscar Wilde che ha letto l’altra sera era straziantemente bella, nella sua ingenuità disperata e formale. L’ala della poesia, insomma, stava dalla parte di Benigni. Ma l’Arci-gay, nella polemica di questi giorni, non ne ha fatto una questione di estetica o di poesia: ne ha fatto una questione di contenuti. Che cosa sia l’omosessualità, come nasca, come la si debba valutare. Da questa prospettiva, allora diciamo che il testo di Povia è ortodossamente freudiano e che le idee freudiane per molti di noi, omosessuali sessantenni, o per i nostri fratelli maggiori, sono state un momento importante nella lettura di noi stessi – riportando i comportamenti a un percorso familiare e storico, ci liberavano proprio da quel mito romantico e decadente (alla Proust o anche alla Wilde) che vedeva l’omosessuale come l’appartenente a una «razza» esclusiva e separata, maledetta o sublime. Che poi Freud fosse condizionato dalla struttura machista e patriarcale della borghesia ottocentesca, e che dunque le sue analisi più sbagliate siano quelle sulla sessualità femminile e sull’omosessualità, anche questo pare ormai assodato. Probabilmente non è vero che l’omosessualità maschile sia per forza legata a un eccessivo amore per la madre (che è la tesi di Povia e di mezza letteratura del 900, per esempio quella splendida poesia di Pasolini che si intitola Supplica a mia madre); gli studi sono andati avanti, il panorama sociale è cambiato ed è giusto dirlo. Quel che mi preoccupa è che l’Arci-gay, presa nel fuoco della battaglia, compia un’indebita estrapolazione logica; che siccome l’omosessualità non è una nevrosi, ne deduca che allora non possono (o non devono) esistere omosessuali nevrotici. E che dunque raccontarne la storia sia una menzogna, o peggio un’offesa. O che l’omosessualità sia una condizione talmente perfetta e autosufficiente che non ci si possa transitare, per sboccare poi in un rapporto eterosessuale. O viceversa. Sarebbe triste, dopo aver passato gli Anni 60 a vergognarci di essere omosessuali, che ora dovessimo vergognarci di essere omosessuali nevrotici. Che dovessimo per forza recitare la felicità, o la coniugalità normalizzata e fedele. Che fossimo obbligati ad escludere dai nostri racconti, per essere politicamente corretti, tutte le ossessioni, i deliri padronali, i terrori infantili; che dovessimo considerare il passaggio all’eterosessualità come un tradimento. Il progresso maggiore che abbiamo fatto, dai tempi di Freud, è proprio l’aver capito che omo ed eterosessualità non sono compartimenti stagni, che le frontiere si possono attraversare di qua o di là a seconda del nostro cammino psicologico, dipendente da mille fattori, compreso il caso. Se io, omosessuale, posso uscire dal rancore e dalla paura amando una donna, perché no? E se qualcuno mi raccontasse la storia di un etero infelice, che trova il suo equilibrio in un rapporto omosessuale, di nuovo perché no? (Nessuno l’ha ancora raccontato, d’accordo, ma allora è su questo che si dovrebbe lavorare per il prossimo Sanremo). Il testo di Povia non è minimamente offensivo, è solo parziale. (A questo proposito, se fossi nell’Arci-gay mi sentirei più offeso dalle gag da avanspettacolo di Bonolis e Laurenti, che duettano lepidamente su quanto sia orribile baciare qualcuno che ha la barba, o sull’atroce rischio di essere sodomizzati. Qui sì, siamo all’uomo delle caverne, o delle caserme. Coraggio, Bonolis e Laurenti, provateci con qualcuno dei bonazzi che portate sul palco tutte le sere: vedrete che non è poi così terribile, e i poveretti almeno avrebbero ruolo).

PATETICO GRILLINI

feb 18

grillini

Benigni sublime, mentre Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay, ha sbagliato linguaggio: e’ il ”voto” che Imma Battaglia, leader storica del movimento lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali), da’ alla puntata di ieri di Sanremo per cio’ che riguarda le tematiche gay. ”Ieri dal palco dell’Ariston abbiamo assistito all’esaltazione delle strategie di comunicazione del direttore artistico Bonolis, a cui vanno tutti i miei complimenti” dice Battaglia. ”Bonolis che non discrimina certo i gay – continua – sente e vive l’imbarazzo culturale che ha creato e mette in campo un sublime Benigni, sapendo che il grande maestro avrebbe risolto tutto. E cosi’ e’ stato. L’emozione che io e la mia fidanzata e, immagino tutte le persone omosessuali, abbiamo provato e’ stata immensa, ci siamo sentite orgogliose e perfettamente rappresentate dalla letteratura di Oscar Wilde magistralmente interpreta da Roberto Benigni”. ”Era finita uno a zero per tutti noi – conclude – se non fosse stato per le parole superflue dal tono vittimista che Grillini poteva anche risparmiarsi, ci sono momenti in cui il silenzio e la scena vanno lasciate a chi le merita!”.

GRAZIE A “REPUBBLICA” E A GINO GASTALDO SCOPRIAMO LA MODESTIA CULTURALE E LA MEDIOCRITA’ ARTISTICA DI UN CANTANTE “REDENTO”. MA SE L’ARCIGAY CONTINUA A MONTARE LA PANNA, RISCHIA DI FARGLI SOLO UN FAVORE. CHI AMA LA LIBERTA’, DOVREBBE COMPRENDRE ANCHE LE RAGIONI DI CHI LA PENSA DIVERSAMENTE.

gen 21

giuliodurini

di GINO CASTALDO SU “LA REPUBBLICA”

Attenti genitori. Attente mamme troppo affettuose, attenti padri distratti e sbevazzoni. Attenti soprattutto a decidere di separarvi con troppa leggerezza. Il vostro irresponsabile comportamento potrebbe avere l’indesiderato effetto di generare un figlio gay. È questo, in sintesi, il Povia-pensiero che sbarcherà sul palco di Sanremo. Abbiamo ascoltato, superando ostacoli degni di un segreto di Stato, la canzone più blindata del festival, quella che ha già provocato polemiche fin dal suo annuncio. È bastato il titolo, Luca era gay, con quel verbo all’imperfetto, a ispirare alle associazioni omosessuali un malaugurato sospetto: non è che Povia, viste alcune sue precedenti affermazioni sul tema, intenda dire che l’omosessualità possa essere considerata una malattia, e come tale passibile di guarigione? Apriti cielo. Povia ha smentito, riportando addirittura a circostanze autobiografiche la storia della canzone (“i miei si separarono quando ero piccolo. Rimasi solo in un ambiente tutto femminile, giocavo con le bambole. Sbaglia chi crede che gay si nasce” ha raccontato) ma non ha convinto del tutto. E l’ascolto della canzone chiarisce ogni cosa. Di malattia, a onor del vero, non si parla, anzi a un certo punto canta a chiare lettere: “né malattia, né guarigione”, un verso che sembrerebbe quasi aggiunto in un secondo momento per rispondere al polverone polemico. Ma i conti non tornano lo stesso. La storia è questa: Luca è stato un ragazzo infelice, finché ha incontrato un uomo, molto più grande di lui, che gli ha dato amore, sesso e conforto. Poi a una festa incontra una lei, e la sua vita cambia. Il ritornello afferma implacabile: “Luca era gay, e adesso sta con lei” (da notare l’ineffabile rima Gay-lei) “Luca parla con il cuore in mano, Luca dice sono un altro uomo”. Una semplice trasformazione, dunque, prima gay convinto, poi “finalmente” uomo. Ma l’equazione sospetta rimane. Tutto nella canzone porta verso un assioma incontrovertibile: omosessualità=infelicità, eterosessualità=felicità. L’Arci-gay avrà comunque pane per i suoi denti. Non che a Sanremo non ci siano stati precedenti. L’anno scorso la Tatangelo fu sbeffeggiata per molto meno. In fondo si limitava a notare che il suo caro amico, pur essendo gay, era anche lui come noialtri etero un figlio di Dio. Ma Povia va molto oltre. La canzone è un rap e racconta con dovizia di particolari la storia di Luca, praticamente un melò: l’infanzia, dominata da una madre iperaffettuosa, ovviamente gelosa di altre femmine che “mi parlava sempre male di papà mi diceva non ti sposare mai” e un padre che non regge il disagio, “non prendeva decisioni e stava fuori tutto il giorno”, alla fine se ne va, comincia a bere, di fatto scompare dalla vita di Luca finché, seguendo un determinismo meccanico, da manuale di psicologia minore, arriva un uomo adulto (in zona di sospetta pedofilia, tanto che il ragazzo teme possa essere arrestato, ma pensa già a far sparire le prove così lo assolvono), un uomo che, neanche a dirlo, sostituisce il padre mancante e gli regala il tanto agognato amore. Poi si arriva alla rivelazione finale. Luca scopre che attraverso una lei può finalmente smettere di essere gay (“papà ti ho perdonato, mamma ti penso spesso ma adesso sono innamorato dell’unica donna che abbia davvero amato”).
Non fa una piega. Il Luca di fine canzone è un uomo ritrovato, con moglie e figli. Povia lo dice chiaramente: l’omosessualità non è una malattia, bontà sua, ma una deviazione sì, un errore causato da una pessima situazione familiare, e quindi rimediabile. Insomma la buona notizia è che per i gay non tutto è perduto, una speranza di redenzione c’è.


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