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ECCO PERCHE’ FULVIO ABBATE E’ STATO ALLONTANATO DALL’UNITA’ DI CONCITA

ott 31

Come scrive oggi Massimiliano Parente su “Libero”, Fulvio Abbate è stato “liquidato” (è stata sospesa la sua rubrica settimanale sulle pagine nazionali) da Concita De Gregorio, Direttore dell’Unità. Motivo? Abbate, in un’intervista rilasciata a DiacoBlog qualche mese fa, aveva commentato così il nuovo cambio di direzione al giornale fondato da Antonio Gramsci. Riproponiamo l’intervista integrale:

L’Unità ha cambiato direttore. Concita De Gregorio guida da ieri lo storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Diacoblog ha chiesto al noto scrittore e giornalista Fulvio Abbate, da 15 anni collaboratore e rubrichista dell’Unità, di raccontarci le sue impressioni.

” Sono quindi anni che scrivo e collaboro con l’Unità. Ho vissuto molte stagioni di questo giornale. Francamente mi è sembrato fisiologico e naturale che con l’arrivo di Soru si decidesse di cambiare la guida del quotidiano: del resto Soru ha una sua ambizione politica e credo abbia deciso, dopo l’esperienza alla Regione in Sardegna, di giocare un ruolo nazionale come esponente del Pd. Detto questo, mi spiace non poco per la “cacciata” di Colombo prima e di Padellero adesso: grazie a loro l’Unità, in questi anni, era tornata a vivere. Colombo e Padellaro hanno fatto un miracolo: sono riusciti a resuscitare un giornale che era morto per volontà dei Ds e dei suoli leader “.

E’ un accusa pesante…

” E’ la verità. I Ds hanno ucciso l’Unità dopo averla ritenuta per molto tempo un “cane morto”, e Colombo e Padellaro l’hanno resuscitata con coraggio e passione. Ho sempre condiviso la loro linea editoriale. Solo una critica mi sento di fare alla loro direzione: sono stati troppo miti con i Ds, e avrei voluto che, su alcuni temi, linea del giornale fosse più distante da quella dei Ds”.

Rimpianti per l’Unità diretta da Walter Veltroni?

” Nessun rimpianto. Quando Vetroni dirigeva l’Unità io c’ero e mi facevano passare per comunista, mentre in realtà i comunisti erano altri. Io sono sempre stato un pensatore anarchico. Con Veltroni non ho avuto nessun rapporto ai tempi della sua direzione. Ricordo solo che a me davano 70 mila lire a pezzo, mentre gli amici di Veltroni che scrivevano sul giornale arrivavano a prendere anche 400 mila lire ad articolo.Può sembrare una cosa miserabile questo ragionamento, ma non lo è. Voglio dire che io sono sempre stato fedele all’Unità, anche nei momenti più difficili. Gli amici di Veltroni, invece, dopo la sua direzione, non si sono più visti e non si sono battuti per salvare il giornale ”

Mi sembra che Veltroni non ti piaccia per niente..,

” Una cosa posso dire: il modello veltroniano non mi piace, non mi sembra un modello forte, non ha consistenza. è musica leggera per ceti medi. Condivido tutto delle cose scritte sull’Unità da Travaglio e Colombo su Veltroni”.

Ma l’Unità diretta da Concita De Gregorio non si candida ad essere l’organo di informazione del Pd?

” Non credo affatto. Credo che la De Gregorio farà un giornale di qualità e naturalmente cambierà qualcosa. Ho due cose da suggerire al nuovo direttore: di eliminare le pagine con le quotazioni della borsa e sostituirle con cose più interessanti, tipo inchieste, opinioni e racconti di società. Poi di chiedere a Staino di mettere definitivamente in una casa di riposo il suo “Bobo” e di inventarsi un nuovo personaggio “.

Diacoblog si chiede: I Direttori, come è giusto, decidono e dettano la linea editoriale. Ma togliere la rubrica ad Abbate è uno scandalo.Travaglio stavolta scriverà contro la decisione del giornale per cui collabora, schierandosi a  sostegno di Abbate ?

Su Prodi in Africa continuano a non raccontarcela giusta

set 16

 

 di Pierluigi Magnaschi per “Italia Oggi”

In un mio intervento su Italia Oggi, commentando un articolo pubblicato dal Corriere della sera (poi ripreso da tutti gli altri media) nel quale si sosteneva che Romano Prodi sarebbe stato nominato “inviato” in Africa del segretario delle Nazione Unite, rilevavo che l’informazione non era esatta. Si potrebbe anche dire, rubando la battuta a Steve Jobs, patron di Apple, che, per smentire la notizia che stava morendo di cancro, ha detto che “la notizia era un po’ esagerata”. In linguaggio diplomatico corrente infatti ”inviato” è colui che rappresenta, in una certa missione e a titolo pieno, il vertice dello stato o dell’organizzazione che, appunto, lo ha “inviato”. Tant’è che, di solito, l’inviato è, in queste circostanze, quasi sempre un politico di altissimo rango e non  un  diplomatico o un dipendente, anche se di alto livello.  Romano Prodi, che, senza dirlo esplicitamente, era stato proprio lui a fornire la notizia al Corriere della sera,  tramite il suo ufficio stampa, richiesto dallo stesso giornale  di fornire maggiori spiegazioni sulla sua condizione di “inviato” dell’Onu per l’Africa, si era poi trincerato dietro una pudica presa di distanza dicendo che bisognava attendere “l’incarico ufficiale”.  Quando l’incarico è arrivato, i giornali hanno scritto “Romano Prodi è stato nominato dal segretario dell’Onu Bank Ki-moon a capo di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana che si occuperà delle missioni internazionali per il mantenimento della pace in Africa”. Non è più “inviato dell’Onu” quindi ma si lascia capire ai lettori che Prodi resta responsabile del mantenimento della Pace nel Vecchio continente. Prodi invece sarà solo a capo di un “gruppo di esperti che dovranno occuparsi del miglioramento del finanziamento delle operazioni di pace gestite dall’Unione africana sotto mandato della Nazioni Unite”. Notare il compito esattamente attribuito a questa commissione: “Miglioramento del finanziamento delle operazioni di pace”. Non a caso, della commissione presieduta da Romano Prodi fanno parte cinque illustri Carneadi: James Dobbins (Stati Uniti), Jean-Pierre Halbwachs (Mauritius), Monica Juma (Kenya), Toshi Niwa (Giappone) e Behrooz Sadry (Iran).  Insomma, nessun grande leader politico europeo disarcionato avrebbe mai accettato una presidenza del genere. Jacques Deloros, ad esempio, che anche lui ha presieduto, con grande prestigio, la Commissione Ue, ha preferito dedicarsi ai suoi studi. Il leader socialista ed ex premier francese Michel Rocard,  fa il padre saggio del Pse mentre  l’ex  premier inglese, Tony Blair, e quello spagnolo, Josè Maria Aznar, tengono alto il loro ricordo facendo conferenze di alto livello.

D’ALEMA, A REGGIO CALABRIA, SI SENTE IL PADRONE DEL PD. E MANDA AL DIAVOLO IL ” FRU FRU” DI WALTER

set 6

Il governo del Partito democratico sarà pure ombra, ma gli scontri interni, quelli, ormai avvengono decisamente alla luce del sole. Mal di pancia talmente dolorosi, che neppure una buona dose di Buscospan riuscirebbe a calmare. Sentite Arturo Parisi: «Il totale dei trecento giorni di Veltroni porta il segno meno, i cento giorni di Berlusconi sembrano avere il segno più. Veltroni impari da Berlusconi a tenere un filo e svolgerlo nel tempo. Il Cavaliere ha imparato dai suoi errori e dovremmo imparare anche noi». E come se non bastasse aggiunge: «Il mio giudizio sul governo ombra è quello di una scommessa al momento mancata. All’inizio ho pensato che poteva essere utile ma, dopo tre mesi, il bilancio è quello di un’esperienza fallimentare». E Veltroni? Pacatamente, serenamente gli risponde così: «Il giorno in cui Parisi utilizzerà un quarto delle sue energie per attaccare la destra sarà un giorno in cui io sarò contento». Uno a uno e palla al centro.
I panni sporchi è giusto lavarli in famiglia, avrà pensato l’ex ministro della Difesa, e allora quale migliore occasione se non la Festa del Pd a Firenze per “tessere le lodi” del vecchio caro amico Walter, che in quello stesso momento si trovava alla festa Ecodem a Pontelagoscuro? E mentre i Sandra e Raimondo del Partito democratico erano intenti a darsele di santa ragione, a Reggio Calabria D’Alema, intervenendo alla convention “Med.fest” organizzata dal movimento “A testa alta per la Calabria” (corrente interna al Pd calabrese che fa capo al presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova) se la rideva di gusto, ma sempre attento a non destare troppi sospetti. Baffino, infatti, prima accusa Parisi di «giudizi ingenerosi» e poi, con straordinaria abilità diplomatica, risponde così ai giornalisti che gli chiedono se la sua Red (Riformisti e Democratici) è di fatto una nuova corrente all’interno del Pd: «La domanda mi lascia interdetto. Non abbiamo creato nessuna corrente. ReD è un’associazione culturale a cui hanno aderito anche molte persone e molti giovani che non sono iscritti al Pd. Quindi, non capisco come una persona che non fa parte di un partito possa invece aderire a una corrente. In questo momento il Pd sta lavorando per rilanciare la sua azione e approfondire la sua riflessione sulla società italiana. E’ normale che quando una forza politica perde le elezioni discute e cerca nuove vie». Nuove vie, appunto.
In attesa che la “Walterloo” si abbatta sul Pd, quel vecchio volpone d’un Massimo sfodera pian piano gli artigli, in un classico giochetto da gatto col topo, che alla fine vedrà soccombente il dormiente Walter Veltroni. Un copione già visto, che ha come prim’attore baffino che, col solito sorrisetto ironico, sottolinea chi è realmente il padrone della sinistra. Basta sentire il tipo di partito che ha in mente: «Un moderno partito deve essere fatto di persone vere, non un partito “fru fru” come ha detto Franco Marini, in una battuta che condivido. Abbiamo bisogno di un grande partito dentro il quale ognuno di noi è chiamato a dare il proprio contributo. Dobbiamo costruire una forza che sia anzitutto una grande organizzazione radicata in ogni parte del Paese, con circoli e tessere». Chiaro no?
Nel frattempo al capezzale di Veltroni accorrono, nell’ordine, Fassino, Francesco Rutelli, Giorgio Tonini, Dario Franceschini e Giorgio Merlo, per ribadire che non esiste nessuna crisi interna al Pd. Un po’ come quel ministro dell’informazione iracheno che smentiva l’entrata dei soldati americani a Baghdad, proprio mentre alle sue spalle sfilavano carri armati e blindati a stelle e strisce. Sappiamo tutti, poi, come è andata a finire…

di Domenico Malara per DiacoBlog

IL LEADER MAXIMO D’ALEMA SILURA MINNITI

set 5

Reggio Calabria 5 Settembre 2008

“Chiudete la porta, c’è corrente” avrà sbottato Veltroni, infastidito dagli spifferi che arrivano da sinistra. E il buon Walter ci sarà rimasto davvero male quando gli hanno detto che ad aprire la porta era stato il suo amico D’Alema. Il leader Maximo, però, ha messo subito le mani avanti per precisare che lui non vuole per nulla rompere le scatole a Veltroni. Tipico caso di excusatio non petita, accusatio manifesta. Baffino non ha lasciato nulla al caso e anche nel nome, anzi nell’acronimo, la corrente dalemiana riporta ai fasti di un passato prossimo mai dimenticato: ReD, che sta per riformisti “ma anche” (avrebbe detto il buon vecchio Walter) democratici. Un nome che è tutto un programma, anche per i daltonici. Non è un caso che i “ReD boys” sono tutti prodiani trombati, a cominciare da Paolo De Castro, dall’ex Ppi Nicodemo Oliviero e dagli ex Ds Pierluigi Bersani, Livia Turco e Michele Ventura. Se non siamo al gelo, in casa Pd, poco ci manca. E a voglia che i dalemiani ripetano che ReD “non è una corrente ma una risorsa”. Forse non sarà una corrente, ma di certo tira una brutta aria, decisamente pesante. Oggi il “Massimo D’Alema ReD tour” sbarca a Reggio Calabria dove parteciperà al “Med-fest – Mezzogiorno e saperi”, una quattro giorni di dibatti promossa da “A testa alta per la Calabria”, la corrente interna al Pd calabrese che fa capo al presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova. Proprio da Reggio D’Alema e Bova sigleranno un patto d’acciaio per radicare la corrente dalemiana in Calabria. Ma allo stesso tempo è il conto, salato, che leader Maximo presenterà al suo ormai “ex” delfino Marco Minniti. In grande segreto Bova e D’Alema si sono cercati, hanno flirtato e alla fine tra i due è scoccato l’amore. E Marco? Potrebbe sempre fare “l’amante ombra” di baffino…

di Domenico Malara per Diacoblog


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